CAPRIVIAGGI

VILLA SAN MICHELE, IL SOGNO DELLO SCIAMANO SVEDESE

Villa San Michele, il sogno dello sciamano svedese – La regina di Capri è una sfinge di granito che, dalla balaustra della cappella di San Michele, si riempie gli occhi di mare. Metà donna, metà leonessa, questa figura esotica, custode muta di antichi misteri, può apparire incongrua, ma solo per un momento. La grazia con la quale si accosta rispettosamente al paesaggio è il simbolo del potere magico che, sull’isola Azzurra, favorisce la fusione armoniosa tra gli elementi più distanti.

CAPRI: BUEN RETIRO, MONDANITÀ, CULTURA

Nell’Ottocento, Capri diventa meta degli artisti in cerca di un rifugio tranquillo e dei viaggiatori del Grand Tour, il ‘grande giro’ compiuto dai brillanti e mondani giovani-bene di tutta Europa per completare la propria formazione con la conoscenza diretta di bellezze artistiche e naturali. Dagli intellettuali ai principi, aumentano sempre di più quelli che vogliono vivere, anche per un breve soggiorno, il sogno di Capri: molti vi si stabiliscono definitivamente, contribuendo a trasformare l’isola in un centro di cultura internazionale.

‘CASE COME ME’: IL FASCINO DELL’ECCENTRICO

A Capri e Anacapri sorgono edifici eleganti e talvolta stravaganti, tra manie di grandezza dei committenti e capricci degli architetti, richiami alla Roma imperiale ed echi arabeggianti, neogotici, liberty, in un pastiche di suggestioni e stili che si amalgamano con miracolosa armonia. La nuova architettura colonizza tutta l’isola, incorporando con naturalezza i preziosi reperti archeologici dei palazzi imperiali. La bizzarria delle costruzioni rispecchia l’eccentricità, in qualche caso la marginalità geniale, dei personaggi che le vollero a immagine delle proprie fantasie.

Lo scrittore Jacques d’Adelsward-Fersen, conosciuto come Barone Fersen, nevrotico e cocainomane, si rifugiò a Capri per sfuggire ad alcuni scandali; per la sua affascinante Villa Lysis scelse lo stile liberty, in sontuoso contrasto con le rovine della vicina Villa Jovis, una delle residenze dell’imperatore Tiberio.

Non esente da scandali anche la vita di Alfred Krupp, ‘il re dei cannoni’, magnate dell’industria pesante condotto a Capri dalla passione per la biologia marina: a lui si deve la costruzione della strada panoramica che scende dal centro a Marina Piccola (via Krupp, appunto). Accusato di omosessualità, fu espulso dall’Italia e morì probabilmente suicida, anche se ufficialmente per un malore.

Lo scrittore e giornalista Curzio Malaparte approdò per la prima volta a Capri nel 1936, in visita all’amico Axel Munthe, e nel 1938 diede inizio ai lavori della sua dimora, Villa Malaparte (da lui battezzata ‘Casa come me’), un edificio folle (disegnato sulle forme di un carro armato) ma anche un esempio straordinariamente originale del razionalismo italiano (e di integrazione fra architettura e natura).

Villa Malaparte
Villa Malaparte

‘ROBA DI TIMBERIO’

Anche Villa San Michele rispecchia la visione esistenziale del suo artefice, il medico svedese Axel Munthe (1857-1949), personaggio sfaccettato, amante della natura e degli animali, sui quali aveva un ascendente forte quanto quello che riusciva a esercitare sui suoi pazienti: le leonesse dello zoo e le isteriche della Salpêtrière, la clinica psichiatrica dove fu allievo del celebre Charcot, erano ugualmente docili ai suoi comandi.

Medico di talento, benedetto da un intuito fulminante, un’intraprendenza temeraria e una notevole dose di fortuna (che, proverbialmente, aiuta gli audaci), Munthe conobbe Capri quando aveva diciotto anni: già allora decise che vi avrebbe edificato la propria dimora, perché quello, lo sentiva, era il luogo della sua anima. Era infatti rimasto folgorato dai resti della cappella medievale di San Michele, in cima alla Scala Fenicia, una ripida scalinata che fino al 1877 fu l’unica via d’accesso ad Anacapri.

Arrivammo finalmente in cima ai settecentosettantasette gradini e passammo sotto una volta con i grandi cardini di ferro del suo primo ponte levatoio, sempre attaccato alla roccia. Eravamo in Anacapri. Tutto il Golfo di Napoli era ai nostri piedi, circondato da Ischia, Procida, Posillipo guarnito di pini, la scintillante, bianca linea di Napoli, il Vesuvio con la sua rosea nuvola di fumo, la pianura di Sorrento protetta da Monte Sant’Angelo e più lontano gli Appennini coperti di neve. Subito, sopra le nostre teste, addossate come nidi d’aquila alla roccia scoscesa, c’erano le rovine di una piccola cappella. Il suo soffitto a volta era sfondato, ma le sue mura crollanti sorreggevano ancora enormi blocchi di muratura, che formavano uno strano e traforato disegno simmetrico. «Roba di Timberio», spiegò la vecchia Maria. «Come si chiama la piccola cappella?» domandai premurosamente. «San Michele». «San Michele, San Michele!» ripeteva il mio cuore.

Munthe ne rimane talmente suggestionato che il magnetismo del luogo, nelle sue fantasie, si incarna in una figura misteriosa avvolta in un ricco mantello, con la quale il giovane di belle speranze stringe un patto: pur di costruire lì una villa meravigliosa, rinuncerà a ogni ambizione professionale. Il genius loci gli rivela anche di aver proposto, secoli prima, un patto analogo a Tiberio: l’imperatore, in cambio del suo ritiro caprese, accettò di essere ricordato ingiustamente come malvagio e folle. Gli predice inoltre il ritrovamento miracoloso della Sfinge di granito e la cecità che lo affliggerà negli ultimi anni della vita:

«Guardati dalla luce! Guardati dalla luce! Troppa luce non è buona per gli occhi di un uomo mortale».

San Michele
San Michele. Foto di A. Proietti Cignitti

La cappella era circondata da un vigneto sotto il quale giacevano i resti di una villa romana. Durante i lavori di costruzione furono dissotterrati numerosi reperti: roba di Timberio, come li chiamavano con disprezzo gli ingenui popolani, storpiando il nome dell’imperatore dalla (falsa) fama di crudele. Munthe usò i preziosi ritrovamenti per abbellire la villa. I lavori durarono molti anni, non solo per le difficoltà di costruire con a disposizione solo vie di comunicazione pedonali, ma anche per le improbabili avventure della vita di Munthe, più volte costretto a lasciare l’isola e a sospendere la sua fatica.

Axel Munthe e un suo ospite
Axel Munthe e un ospite nella sala da pranzo della villa.

AXEL MUNTHE: UNA VITA FIABESCA

L’episodio del genius loci è emblematico delle tinte favolose con le quali Axel Munthe racconta la propria vita in un libro sensazionale: Storia di San Michele, autobiografia anomala nella quale le vicende del narratore-protagonista, pur ambientate in scenari tra loro lontanissimi, dalla Lapponia a Parigi, dalla Svezia a Napoli, iniziano e finiscono a San Michele, motore immobile, luogo di elezione (ossessione?), proiezione dell’anima. Pubblicata nel 1929, quando Munthe aveva oltre settant’anni, su consiglio di Henry James (in Italia nel 1932 dai Fratelli Treves), quest’opera fuori dagli schemi ha sempre diviso la critica, forse anche per le difficoltà di catalogarla in un genere letterario. Personalissimo, unico, direi, è infatti lo stile con cui il medico racconta le storie della sua vita, intrecciando vicende drammatiche proposte in modo fantastico e storie fiabesche descritte con realismo, in una gamma di toni emotivi che spazia dall’ironico al patetico, da un punto di vista progressista e scientifico a un misticismo panteista, alla superstizione popolare. Lui stesso riconosce di aver voluto scrivere non tanto un’autobiografia, ma una raccolta di storie sensazionali:

Sarà per me come un complimento non essere creduto, perché il più grande compilatore di storie sensazionali è la vita. Ma è sempre vera la vita? La vita è la stessa come sempre è stata, indifferente alle gioie e ai dolori dell’uomo, muta e impenetrabile come la Sfinge.

Non sempre, in effetti, è facile credergli, e nemmeno ha importanza: nel confine impalpabile tra sogno e realtà sta gran parte della bellezza di questo libro. Medico alla moda, Munthe fa fortuna a Parigi diagnosticando alle gran dame una nuova malattia: la colite. Gli animali gli obbediscono mansueti e lo assistono come gli aiutanti magici delle fiabe. In Lapponia viene riconosciuto come sciamano:

Ti ha detto tua madre che eri nato con la camicia? Perché? Non ti ha dato il suo latte? Chi ti ha allattato? Che lingua parlava la tua balia? Ha mai messo il sangue di un corvo nel tuo latte? Ha mai appeso al tuo collo la zampa d’un lupo? Ti ha mai fatto toccare un teschio quando eri bambino?

Tutto ciò è successo davvero: parola di uno gnomo apparso nottetempo. La costruzione stessa di San Michele ha del favoloso: Munthe avrebbe realizzato tutto da solo, con il solo aiuto dei popolani, la benevolenza di Sant’Antonio e il placet del genio del luogo (ammette però in una nota che un ruolo importante lo ebbe Aristide Sartorio). Le storie raccontate nel libro, fantastiche o realistiche, sono tutte poetiche e struggenti, e cullano il lettore come le melodie di un sapiente cantastorie. Ma le sue avventure bizzarre non devono farci dimenticare che Munthe fu anche un ottimo medico e un filantropo, come dimostra in innumerevoli e drammatici episodi: nella Napoli prostrata dal colera, nella Messina terremotata, tra i poveri e i reietti di Parigi.

SAN MICHELE, ADDIO

Storia di San Michele è anche un libro sulla morte. L’impegno per curare gli ammalati, la Sfinge recuperata e i tesori dissotterrati, la costruzione di un luogo di delizia a difesa dei sogni sono altrettanti tentativi di contrastare la grande nemica. Axel teme la morte, non la vita. Affronta la vita di petto, con energia e passione, forse proprio perché sente la presenza della nemica costantemente al suo fianco. La cecità lo costringe infine a trasferirsi in un luogo ombroso, la Torre Materita, perché la luce accecante di San Michele non è più buona per i suoi occhi. Un sogno lungo tutta una vita, ma di breve durata. Coerentemente con gli sbalzi emotivi ai quali il lettore è sottoposto di continuo, la visione finale, un paradiso naif tutto da scoprire, è freddata dal brivido provocato dalle ultime parole del libro: Ero morto e non lo sapevo.

Munthe incontrò davvero la sua nemica nel 1949 e lasciò San Michele in eredità allo Stato svedese, che istituì una Fondazione. Tra il 1919 e il 1920 la villa fu affittata alla turbolenta marchesa Luisa Casati Stampa, amante di Gabriele d’Annunzio e, pare, anche di Eleonora Duse, musa dei futuristi ed esteta decadente. Ma quella della divina Casati è un’altra storia… Di lei, nella Storia di San Michele, non si fa parola.

Video Villa San Michele

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Gallery Villa San Michele, il sogno dello sciamano svedese

Le foto della Gallery mi sono state gentilmente concesse da Annalisa Proietti Cignitti, indagatrice del bello e autrice del raffinato blog Rocaille, dove potete leggere l’articolo su San Michele dal quale sono tratte le immagini.

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