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“Un’ombra sul fiume” l’ultimo romanzo di Elisabetta Ranghetti

“Un’ombra sul fiume” l’ultimo romanzo di Elisabetta Ranghetti ci racconta il conflitto dell’Irlanda del Nord – Elisabetta Ranghetti dopo avere raccontato, nei suoi due precedenti romanzi, di Israele e del suo popolo, ha deciso di cambiare soggetto e narrare nel suo ultimo libro Un’ombra sul fiume, sempre edito da EdiKiT, della tremenda guerra civile che ha dilaniato l’Irlanda del Nord per decenni. I personaggi, che intrecciano le loro vite per quarant’anni, sono Kyros un fotografo inglese, Kitty una combattente unitasi all’IRA ed Eva un’artista di Dublino.

In un continuo susseguirsi di colpi di scena, il lettore viene trasportato attraverso gli anni e i luoghi, Belfast prima di tutto, ma anche Londra, New York e Dublino, che hanno caratterizzato decenni  della storia europea contemporanea.

Come mai questo cambiamento di argomento, di popolo e di protagonisti rispetto agli altri due libri?

Quando ero bambina sentivo molto spesso al telegiornale o a casa notizie di quei fatti spaventosi. Però veniva sempre descritto come un conflitto tra cattolici e protestanti. E allora ho deciso di approfondire un po’ l’argomento, perché non mi tornavano i conti. E infatti, dopo avere studiato parecchio, ho capito che si trattava di una guerra civile, non religiosa. Era una guerra anche contro l’esercito inglese che nel 1969 era stato inviato a Belfast per mettere a posto le cose. Ma la cosa poi è degenerata.

Quindi un interesse che ho fin da bambina, ma anche un interesse perché ci vedo delle analogie con il conflitto Israelo-palestinese, perché è un conflitto politico e non religioso. La guerra è guerra, ma il dolore che penetra nelle case quando viene ucciso qualcuno, quando viene torturato o imprigionato è lo stesso in tutto il mondo.

Veniamo ora al protagonista del romanzo: Kyros ma anche Belfast.

Kyros è il filo conduttore di tutta la storia, è il riflesso del tormento di Belfast. Kyros è in guerra con se stesso, come la città. Personaggio molto complesso, è un antieroe, un eroe tragico. Lui incarna il discorso della guerra, ma non da subito, perché inizia a documentare la guerra come fotografo che è molto giovane, è irrequieto interiormente e rende l’idea di essere in guerra con il mondo. Tuttavia anche lui viene travolto e cambiato dalla guerra in Irlanda del Nord.

Tuttavia la vera protagonista del libro è Belfast. Ho avuto immediatamente una sintonia con la città. Mi spiego meglio: Gerusalemme è casa mia, con Belfast ho avuto subito una corrispondenza d’anima. Ci sono stata diverse volte per raccogliere il materiale per il libro, ho incontrato e parlato con molte persone. E la cosa che ti colpisce più di tutto è il silenzio. Sembra che la città abbia paura di parlare, di svelare tutti gli orrori che l’hanno vista protagonista. Bisogna saperla ascoltare. Sicuramente la mia lunga esperienza con il conflitto israelo-palestinese mi ha aiutata molto a comprendere e a imparare ad ascoltare, senza giudicare. Le persone con cui ha parlato hanno bisogno di essere ascoltate, come la loro città. Belfast ha bisogno di tornare a vivere, non è tutto finito, passato o dimenticato. Sono passati 20 anni dagli Accordi di Pace, ma le ferite non passano. A Belfast c’è ancora, ormai quasi un’attrazione turistica, la Peace Line che divideva Falls Road, la parte cattolica, da Shankill Road, quella protestante.

I personaggi de Un’ombra sul fiume sono molteplici e ognuno di loro ha una personalità forte che resta subito impressa. Come procedi quando scrivi un libro?

Io vado a braccio, non ho uno schema in testa. È come se i miei libri li leggessi mentre li scrivo. I personaggi mi parlano e mi portano loro nelle proprie vite e storie, non so dove mi condurranno. Mi dicono loro cosa scrivere, tanto è vero che spesso i libri iniziano in un modo e poi subiscono aggiustamenti che mi portano a concluderli in maniera totalmente diversa da come erano iniziati. Per esempio ho iniziato a scrivere Un’ombra sul fiume e poi mi sono accorta che invece era la parte centrale. E questo mi era già successo con il mio primo libro Oltre il mare di Haifa. È come se leggessi. Ma questo modo di scrivere ovviamente non lo puoi utilizzare con tutti i libri. Per esempio con un giallo classico devi già sapere chi è l’assassino, hai meno margine.  

L’aspetto narrativo del libro è quasi cinematografico.

Credo di avere una scrittura quasi cinematografica, quando scrivo vedo le scene come se scorressero in un film. Quando scrivo un libro è come se casa mia fosse piena zeppa dei personaggi di cui sto scrivendo che mi passano a trovare e mi raccontano di cosa scrivere. Come dicevo prima. Credo di essere molto influenzata dalla critica cinematografica.

 

 

elisabetta ranghetti