STORIA

Teatro alla Scala

Teatro alla Scala – Tutto cominciò con un incendio, il 25 febbraio del 1775. Tra le fiamme, il Teatro Ducale, costruito in un’ala del Palazzo che ora chiamiamo Reale. Un disastro in realtà molto più doloso che frutto di un tragico destino, tanto che la società dei palchettisti, insieme all’arciduca Ferdinando, subito si prodigò per la costruzione di un nuovo teatro. Il desiderio era comune a tutti i milanesi e, nel giro di un anno, si diede incarico a Giuseppe Piermarini di dare forma al teatro meneghino. In sei mesi l’architetto consegnava pianta, sezione longitudinale e facciata e, il 14 settembre 1776, firmava il contratto d’appalto per quello che sarebbe divenuto il tempio della lirica italiana.

Per la nuova struttura si scelse una posizione centrale, individuata nello spazio occupato dal soppresso convento di Santa Maria alla Scala (da cui il nome). Aperta la via Santa Radegonda per facilitare l’accesso delle carrozze, si progettò un’architettura migliore di quella precedente abolendo il legno e preferendo la muratura. Inoltre, si aggiunse un ordine di palchi ai cinque del Ducale e si pensò ad ambienti in grado di soddisfare i desideri di vita mondana, con locali per il gioco e le feste da ballo, stanze di servizio per botteghe, ristoranti e caffè. Studiando la ripartizione e l’angolazione delle pareti, sulla base di criteri dedicati all’acustica e all’ottica, Piermarini trovò un’originale soluzione per la distribuzione dei palchetti, variando la forma a ferro di cavallo per disegnare la sala, coperta originariamente da una volta in legno intonacata e affrescata, appesa alle capriate del tetto. L’acustica risultava così praticamente perfetta, con la volta che fungeva da cassa di risonanza. Piermarini inventava in questo modo il prototipo italiano della sala a palchi. Molte furono poi le modificazioni, soprattutto degli interni, in particolare per mano di Alessandro Sanquirico che nel 1830 rifece il palco maggiore, il proscenio, l’arco scenico e parte dell’apparato decorativo, insieme all’aggiunta delle due ali laterali del corpo dell’architettura, più basse del corpo centrale. Rimase invariata la facciata, che occupò per molto tempo i pensieri del Piermarini, il quale non mancò di introdurre una novità tra i teatri italiani: il portico carrozzabile, generalmente riservato agli edifici civili. Nel rimirare oggi la facciata, non bisogna dimenticare che, quando l’architetto ne studiava la migliore soluzione disegnativa, si riferiva a quello che era l’assetto urbanistico del tempo. La piazza all’epoca non esisteva, per cui una visione frontale come quella odierna del teatro non era possibile. L’architetto, dunque, progettò la facciata secondo una visione frontale, di modo che il frontone si sovrapponesse otticamente alla trabeazione che conclude il primo piano.

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IL TEATRO ALLA SCALA NEL TERZO MILLENNIO

Bombardato durante la II Guerra Mondiale, il teatro meneghino è stato prontamente ricostruito tra il 1945 e il 1946 da Luigi Lorenzo Secchi. Ma la vera svolta avviene un cinquantennio dopo, quando il Comune di Milano decide di intervenire con un restauro conservativo all’area monumentale e con la ristrutturazione della torre scenica, dei servizi di scena e degli uffici, consentendo l’ammodernamento della struttura e di tutto l’apparato tecnologico (impianti meccanici di servizio, di climatizzazione, idrico-sanitari, di sicurezza e di movimentazione delle scene). Per metter mano a uno dei teatri più celebri al mondo, ci si affida a una firma altrettanto celebre: quella del ticinese Mario Botta. Nel biennio 2002-2004 i milanesi prendono confidenza con uno dei simboli meneghini che progressivamente va trasformandosi, seppur garantendo un equilibrio con la struttura piermariniana. Le contestazioni e i pareri contrari non sono certo meno delle opinioni a sostegno del progetto di Botta, ma oggi i milanesi sembrano aver fatto pace con il proprio teatro. Per ridefinire il nuovo assetto dell’architettura, sono state innanzitutto prese in considerazione tutte le modificazioni che il teatro aveva subito nel corso dell’Ottocento; se la facciata era sempre stata preservata, lo stesso non si poteva dire dell’impianto tipologico originario, oltre a innalzamenti dei volumi attuati negli ultimi decenni del Novecento per far fronte alle esigenze della macchina teatrale e per rispondere almeno in parte alla messa a norma dei sistemi di sicurezza. Rialzato il pavimento della platea per garantire una migliore visibilità agli spettatori, il restauro conservativo ha interessato il corpo della sala del Piermarini e il volume edilizio ottocentesco dell’ex Casinò Ricordi.

Ma l’intervento edilizio più importante è l’innalzamento della torre scenica e dei volumi del retroscena , con una quota di copertura elevata a 37,8 metri rispetto alla quota del piano terra. Lungo Via Filodrammatici il fronte sulla strada è stato ripulito, mentre sono stati demoliti i corpi edilizi aggiunti confusamente nella parte sopra al tetto di copertura del corpo ottocentesco, innalzando un nuovo volume a pianta ellittica dove trovano posto camerini, cameroni e spogliatoi, con un volume che regala al Teatro una ritrovata identità, nata sul finire del Settecento e giunta a noi. Mutata, ma di pari splendore.