Storie e leggende all’ombra del Duomo: il laghetto di Santo Stefano
Storie e leggende all’ombra del Duomo: il laghetto di Santo Stefano – Nel cuore di Milano, tra Via Larga e Via Francesco Sforza, c’è una via dal nome curioso: è via Laghetto. Il nome rimanda alla storia di Milano e in particolare alla costruzione del Duomo. Siamo alla fine del XIV secolo e in corrispondenza dell’incrocio delle attuali via Laghetto e via Francesco Sforza era stato creato un bacino artificiale che prese il nome di laghetto Santo Stefano o “laghetto nuovo”, per distinguerlo dal già esistente laghetto di Sant’Eustorgio.
Il bacino era stato creato per fare attraccare i barconi provenienti dai navigli milanesi che trasportavano il marmo di Candoglia, usato per la costruzione del Duomo. Prima i barconi attraccavano al bacino nei pressi della Basilica di Sant’Eustorgio e poi i carichi di marmo erano trasportati a destinazione tramite carretti, ma l’operazione risultava lenta e poco efficiente, oltre che costosa.
Dopo alcuni secoli di onorato servizio, tuttavia, nel 1857, per motivi di igiene pubblica, il laghetto fu interrato per volere dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, poiché le acque stagnanti del bacino rendevano l’ambiente insalubre.
Una curiosità: alle imbarcazioni destinate il cantiere del Duomo è legato un tipico modo di dire milanese. Su questi particolari barconi era riportata la scritta “AUF” (Ad Usum Fabricae”, cioè “ad uso della fabbrica”), a indicare che i barconi e il loro carico erano destinati alla Veneranda Fabbrica del Duomo e che erano quindi esenti dai dazi. Da qui è derivato il modo di dire “a uf” o “a ufo”, ovvero “gratis, senza pagare”.
I “tencitt” e la strega Arima
I barconi che arrivavano al laghetto oltre al marmo scaricavano anche il carbone destinato ai carbonai, che in dialetto milanese erano detti “tencitt” (dal dialettale “tenc”, che significa “bruno, annerito”, per il volto spesso annerito dalla polvere di carbone). Nella zona vi era la sede storica dei carbonai, la Cà dei Tencitt. Sulla facciata dell’edificio, esistente ancora oggi, vi è un affresco, popolarmente noto come “Madonna dei Tencitt”, fatto realizzare dal carbonaio Bernardo Cantoni in ringraziamento alla Vergine per aver salvato gran parte dei “tencitt” dalla terribile epidemia di peste del 1630 (quella descritta da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”).
A via Laghetto e alla peste del 1630 è legata anche la storia della strega Arima, che abitava al civico 2 della via. Secondo la leggenda, Arima, “la strega delle streghe”, oltre a preparare pozioni e sortilegi ogni notte organizzava feste sui tetti e in molti giuravano di avere visto lei e le sue seguaci volare fino a piazza Vetra.
Quando la peste arrivò a Milano ci si accorse che in via Laghetto quasi nessuno sembrava ammalarsi. La popolazione era convinta che a tenere lontano il terribile morbo da via Laghetto fosse la magia di Arima.
In realtà sembra che a “proteggere” il quartiere dalla peste sia stata la polvere di marmo (i blocchi, prima di essere portati al cantiere del Duomo, erano tagliati sul posto), che, depositandosi ovunque (anche sugli abiti e la pelle degli abitanti della zona), teneva lontane le pulci, veicolo principale della diffusione della peste (secondo altri, invece, sarebbero state le polveri nere del carbone a “salvare” il quartiere dal morbo).