STORIA

STORIA DELLA STATUA CON QUATTRO TESTE

STORIA DELLA STATUA CON QUATTRO TESTE 

MilanoPlatinum Storica National Geographic

In collaborazione con la prestigiosa rivista STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC, proponiamo un viaggo nel tempo alla scoperta di una statua molto particolare: nelle sue vicissitudini si specchia la storia della città.


STORIA DELLA STATUA CON QUATTRO TESTE

Le statue raccontano storie

A Milano, le statue raccontano storie: quelle dei personaggi o degli avvenimenti commemorati, certo, ma anche la vita della città nel senso più vasto e completo: perché sono proprio lì? E da quando? Chi le ha create e perché, scegliendo quella posa? Per esempio, se è perfettamente logico che in piazza Cinque Giornate il monumento celebri l’eroica vittoria sugli invasori austriaci, piazza Buonarroti presenta una doppia stranezza: Michelangelo viene indicato con il cognome (è come se via Dante si chiamasse via Alighieri) e la statua collocata nel mezzo non immortala l’artista fiorentino, bensì Giuseppe Verdi, che la via a lui intitolata ce l’ha nei pressi della Scala. Tuttavia piazza Buonarroti è il suo giusto posto, perché vi ha messo il cuore e lasciato, letteralmente, il corpo, che ora dorme nella sua Casa di Riposo per Musicisti, chiamata da tutti Casa Verdi, come se lui in persona vi abitasse ancora, pronto a farne gli onori e a ricevere ospiti.

Nel centro di Milano, sulla facciata del Palazzo dei Giureconsulti, in via Mercanti, c’è una nicchia esposta al sole e alla polvere, alla pioggia e agli sguardi distratti dei passanti: accoglie una statua che per quattro volte ha cambiato identità (e forse testa). Fu in principio una figura simbolica, e femminile (la Giustizia), poi il re di Spagna Filippo II (allegoria della Prudenza), poi ancora il cesaricida emblema di ribellione e libertà, Marco Giunio Bruto; infine, Sant’Ambrogio. Il vento della Storia soffia forte: crea, distrugge, trasforma, celebra, condanna.

La statua nella nicchia del Palazzo dei Giureconsulti - foto di Giuseppe Preianò
La statua nella nicchia del Palazzo dei Giureconsulti – [credits: Giuseppe Preianò]

Il cuore della città

Nel Medioevo, il cuore amministrativo di Milano era piazza Mercanti. Aveva un aspetto completamente diverso rispetto a oggi: era un quadrato chiuso, delimitato da edifici, e comunicava per mezzo di porte ad arco (dette “voltoni”) con il Duomo e con le vie commerciali limitrofe, specializzate secondo i mestieri che vi si esercitavano: Armorari, Orefici, Cappellari, Spadari, Speronari, Fustagnari (quest’ultima non esiste più). Nel 1145 fu costruito il primo “Broletto”, sede del Comune: niente più che una casetta aperta al pianterreno con uffici amministrativi al piano superiore. “Brolo” (dal latino tardo brogilus, un termine di origine celtica) si riferiva in epoca più antica a uno spiazzo erboso circondato da piante. Intorno all’anno Mille, questo prato era adibito a tribunale e vi si regolava pubblicamente la giustizia. Con lo sviluppo della città, una simile costruzione non fu più sufficiente, così nel 1233, per ordine del podestà Oldrado da Tresseno, fu costruito il nuovo “Broletto”, o Palazzo della Ragione, su due livelli, con ampie navate rette da portici che creavano una piazza coperta, luogo di ritrovo per trattare commercio e affari. Era un’epoca di svolta per Milano: dopo essere stata distrutta da Federico Barbarossa (nel 1162) ed essersi presa la sua rivincita a Legnano (1176), aveva in poco tempo ricostruito le mura, e dalle ceneri dei poteri feudali e vescovili era rinata, come la mitica fenice, una nuova città: non del popolo, va da sé, ma dei commercianti, degli artigiani e degli imprenditori. Intorno al Palazzo della Ragione furono costruiti, poi distrutti, infine nuovamente rifatti negli anni: il palazzo del Podestà, l’edificio delle aste pubbliche, gli archivi notarili prima del Comune e poi della Signoria, la Camera di Commercio (detta Università dei Mercanti), il Collegio dei Giureconsulti, le Scuole del Broletto (o palatine), i magazzini del sale.

Prima incarnazione: Giustizia

La costruzione dell’attuale palazzo dei Giureconsulti inizia nel 1562, nello stesso luogo dove, fin dalle origini della piazza, sorgeva il palazzo dei notai, e ingloba la Torre civica voluta nel 1272 dal podestà Napo Torriani. La Torre aveva una campana (oggi sostituita da un orologio; era detta “Zavataria” dal nome del podestà Zavatario della Strada, che l’aveva donata alla città): i suoi rintocchi scandivano il mezzogiorno, la sera, il coprifuoco, gli incendi e le ore disperate prima dell’esecuzione dei condannati. Nella nicchia sotto la Torre fu collocata una statua: la ieratica Giustizia, in onore del Collegio.

Seconda incarnazione: Prudenza

Nel 1611, sotto la dominazione spagnola, la statua nella nicchia fu sostituita, per volere del vicario di provvisione Fabrizio Bossi, con una nuova opera, attribuita allo scultore Andrea Biffi. Ma la voce popolare vuole che le fosse cambiata solo la testa, e aggiunto un paludamento per nascondere le forme femminili della Giustizia: adesso impersonava infatti il re di Spagna Filippo II, severa rappresentazione della Prudenza. Se ne parla anche nel capitolo XII dei Promessi sposi, in cui si racconta del primo viaggio di Renzo a Milano:

… dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì per dire: ora vengo io, marmaglia.

Quella statua non c’è più, per un caso singolare. Circa cento settant’anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così accomodata stette forse un par d’anni; ma, una mattina, certuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l’avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!

Piazza Mercanti nel 1860 [credits: Milano sparita da ricordare]
Piazza Mercanti nel 1860 [credits: Milano sparita da ricordare]

Terza incarnazione: Tirannicida

Manzoni racconta bene la damnatio memoriae del tiranno spagnolo e la trasformazione della statua in Marco Giunio Bruto, uno dei congiurati che assassinarono Giulio Cesare. Questo avvenne al tempo della Repubblica Cisalpina (istituita nel 1797), quando i nuovi ideali repubblicani resero insopportabile la vista di quel rappresentante della tirannide. Sul basamento della statua fu anche aggiunta la scritta:

All’ipocrisia di Filippo II succeda la virtù di Marco Giunio Bruto. Cittadini, specchiatevi nel vostro primo console.

A sentire il Manzoni durò solo un paio d’anni. Di certo, alcuni anni dopo, tornati gli austriaci, è la glorificazione di un rivoltoso a diventare intollerabile: secondo la versione del Manzoni, la statua viene distrutta completamente, secondo altri privata solo della testa, per cambiarle nuovamente identità.

La statua come è oggi... Sant'Ambroeus cont i tett - foto di Giuseppe Preianò
La statua come è oggi… “Sant’Ambroeus cont i tett” – [credits: Giuseppe Preianò]

Quarta incarnazione: Santo

Dal 1833 la statua raffigura infatti un più rassicurante Sant’Ambrogio. Si può dire in realtà che sia ritornato a casa, se pensiamo che Bonvesin de la Riva, descrivendo piazza Mercanti com’era nel 1288, dice: Nel mezzo di essa [la curia del comune] s’innalza un palazzo mirabile; vi è pure una torre, su cui stanno quattro campane del comune. Sul fianco orientale si trova il palazzo, in cui sono le abitazioni del podestà e dei giudici. All’angolo settentrionale di tale palazzo sta la cappella del podestà costruita in onore del nostro beato patrono Ambrogio.

Sant’Ambrogio è vestito alla romana. La voce popolare lo battezza subito sant’Ambroeus cont i tett (“Sant’Ambrogio con le tette”): sotto la toga qualcuno vede ancora (o crede di vedere, lasciandosi suggestionare dalla memoria collettiva) le forme prosperose della dea Giustizia.


PER APPROFONDIRE

  • Bonvesin de la Riva, Le meraviglie di Milano, a cura di Angelo Paredi, La Vita Felice, Milano, 2012.
  • Guido Lopez, Milano in mano, Mursia, Milano, 2015
  • Guida ai misteri e segreti di Milano, Sugar, Milano, 1967
  • Francesco Ogliari, Ora parliamo noi! Chiacchiere delle statue di Milano, Mursia, Milano, 1992

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