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STEFANO “SEBO” XOTTA: DON’T STOP THE ROCK!

STEFANO “SEBO” XOTTA: DON’T STOP THE ROCK!

Questa è la storia di un ragazzo che non si trovava molto a suo agio con gli schemi rigidi delle partiture classiche. A 14 anni imbracciò la sua prima chitarra elettrica e da lì nacque tutto. Stiamo parlando di Stefano “Sebo” Xotta, un grande professionista della musica rock, noto in patria e Oltreoceano.

Ci racconti del tuo primo impatto con la chitarra? Prima dell’elettrica, non fu proprio fenomenale…
No, per niente! Mia sorella aveva una chitarra classica e seguiva delle lezioni, quindi si stava approcciando allo strumento tramite un’istruzione abbastanza canonica. I miei genitori ogni tanto mi spronavano a provarci, io leggevo qualche partitura, ma mi stufavo velocemente. Lo strumento non mi dava lo stimolo per andare avanti. Ho iniziato ad ascoltare musica rock intorno ai dieci anni, nel momento in cui ho iniziato a suonare la chitarra elettrica. Un giorno ho assistito a delle prove della band di un mio compagno di classe ed è stato in quel momento che ho veramente capito di voler far parte di un gruppo. È stato quel mio compagno di classe a vendermi la prima chitarra elettrica: da quel momento è nata la mia passione.

E così, da puro autodidatta, hai iniziato ad allenarti e molto presto sei finito nelle tua prima band.
Dopo pochi mesi dall’aver iniziato a suonare la chitarra elettrica, sono entrato a far parte di una band: cercavano un chitarrista nella mia città, a Legnano, perché il loro stava per partire per il militare, così mi sono proposto e sono entrato a farne parte. Ero veramente ancora acerbo, suonavo solamente da 5/6 mesi, ma è andata molto bene e da quel giorno non ho mai smesso di suonare con una band. Essere all’interno di un gruppo mi ha dato l’occasione di sperimentare l’esperienza del palco, in questo modo ti scontri con alcune esigenze che si hanno solamente on stage.

Quando però la musica ha iniziato a occupare un posto sempre più importante nella tua vita, hai deciso di andare a scuola di musica e lì, più che una rivelazione, hai avuto una conferma: Stefano è un chitarrista rock!
Passava il tempo e mi rendevo conto di amare moltissimo questo genere musicale, inoltre venivo spesso interpretato e percepito come chitarrista rock, sia dal punto di vista estetico, ma anche sotto l’aspetto musicale e stilistico. È per questo che mi sono abbandonato completamente a questo mio destino e, ancora oggi, mi lascio cullare da questa mia passione.
Un consiglio che voglio sempre dare ai giovani è che non bisogna mai precludersi nulla, non solo nella musica, ma durante tutta la vita: ci sono sempre tanti sbocchi che non ci si aspetta. A me era successo proprio così: ai tempi studiavo al CPM di Milano, avevo notato che cercavano giovani per Il Principe Azzurro, un format di Canale 5, condotto da Raffaella Carrà. Decisi di partecipare alle audizioni: impersonificavo il classico stereotipo del chitarristi rock e così mi presero. All’interno del programma conobbi Gloria Nuti, un’artista della Poligram: stava cercando un chitarrista per il tour di quell’anno e così partii con il suo gruppo a supporto della Steve Rogers Band.

Dagli anni 90 la tua vita (di musicista e non) si è fatta sempre più intensa: concerti live, lezioni di chitarra, Croce Rossa…
Ho fatto l’obiettore di coscienza nel servizio civile guidando le ambulanze e, il giorno dopo il congedo, ho iniziato a lavorare come dipendente. Iniziavo alle 6:30 del mattino il turno in Croce Rossa, avevo i pomeriggi liberi e potevo dedicarmi alla chitarra, impartendo anche lezioni. Ho fatto tutto ciò fino al 1997, anno di nascita di mio figlio: poi ho deciso di dedicare il mio tempo a lui.

Ed è proprio in questi anni che qualcuno ti appiccica il soprannome di “Sebo”.
È nato quando andavano molto di moda gli Skiantos: in quesgli anni uscì il libro di Roberto Freak Antoni, che si intitolava Le stagioni del rock demenziale, al cui interno erano nominate molte band di fantasia che “facevano un gran rumore”. Il nostro gruppo era molto simile a quelle band, solamente avevamo testi più ironici. Hanno iniziato a chiamarmi “Sebo” proprio in questo periodo, ed essendo un termine corto e facile da ricordare, sono ancora oggi “Sebo”.

Alla fine entri nella Mogar Music, un grande distributore italiano di strumenti musicali.
In realtà ero già in contatto: facevo delle dimostrazioni per loro insieme a Cesareo, il chitarrista di Elio e le Storie Tese. Abbiamo iniziato a muoverci in giro per l’Italia, ma da esterni, fino a quando non hanno avuto bisogno di una figura stabile che gestisse le relazioni con gli artisti. È da qui che è iniziato il sodalizio durato quasi vent’anni.

Il 1997 è un anno molto importante, perché nella tua vita fa capolino lo spirito infante di un grande cavaliere arturiano, Parsifal.
Ho scelto questo nome per mio figlio perché mi piaceva il suo suono, ma anche perché non avrà più bisogno di un nome d’arte. Non c’è nessuna motivazione cavalleresca e non è nemmeno collegabile ai Pooh. Anche il cognome è molto particolare: mio padre è veneto e i suoi antenati derivano da quella regione. Originariamente c’erano degli insediamenti cimbri e pare che sia ricercabile in quelle zone l’origine del cognome “Xotta”. Potrebbe però anche avere una derivazione greca o albanese, per via della “X”.

Tuo figlio non sembra molto attirato dalla “musica suonata”.
Per ora non suona alcuno strumento: sta iniziando da un anno e mezzo a questa parte a scrivere, gli piace molto comporre poesie e ha già concluso due libri autoprodotti. Le nostre sono due carriere artistiche che possono andare avanti parallelamente e cerco di supportarlo il più possibile, anche se sono due strade completamente diverse.

L’anno 2000 ti vede impegnato in un nuovo gruppo, i Four Tiles, insieme a tre tuoi grandi amici: Cesareo, Roberto Gualdi e Guido Block.
Io e Cesareo lavoravamo già insieme per le clinics ed eravamo anche molto affiatati, inoltre conoscevo già Roberto Gualdi dal 1991, anno in cui si trasferì a Milano per fare il batterista di professione. Abbiamo poi partecipato a una famosa fiera che si faceva a Rimini e che si chiamava Disma Show. Avevamo partecipato dal ’97 al ’99 ed eravamo presenti all’interno della band che dimostrava i prodotti del loro stand, ma ogni anno si alternava qualcuno al basso. Nel 2000 è arrivato Guido Block e, da quel momento, ci siamo accorti che avevamo qualcosa in più rispetto a ciò che avrebbe potuto lasciarci una semplice fiera. Abbiamo così portato avanti il nostro repertorio, perché ci siamo trovati molto bene insieme, e abbiamo fissato alcune date per serate.

Grazie al tuo lavoro costante con la Mogar, hai avuto la possibilità di conoscere vere e proprie leggende della musica: vuoi raccontarci qualche aneddoto curioso?
Ce ne sarebbero migliaia, ma quello più divertente ha visto protagonista Marti Friedman, storico chitarrista dei Megadeth. Era venuto a fare un Clinic Tour in Italia, io avevo già lavorato con lui, per cui lo conoscevo bene e si è sempre notata una certa somiglianza: lui è più gracilino rispetto a me, ma i capelli sono molto simili. Durante il tour è capitato diverse volte che ci scambiassero, così abbiamo deciso di farlo volontariamente: eravamo in un locale a Caserta, le luci si abbassarono, io salii sul palco e iniziai a suonare. A un certo punto è salito sul palco il vero Friedman che in italiano mi ha detto “che cazzo fai?“. È stato veramente esilarante!

Cos’è il progetto Strings 24?
Alcuni anni fa, Ibanez, un marchio musicale che utilizzo, aveva prodotto per la prima volta delle chitarre elettriche a 8 corde. È particolare come strumento: se come ottava corsa venisse montata quella più acuta, si potrebbero usare le note aggiuntive disponibili solo alla fine della tastiera sulle note acute, appunto. Invece in questo caso viene aggiunta la corsa più bassa che viene accordata in Fa# (non in Sol come ci si potrebbe aspettare osservando l’alternarsi delle corde più acute) per mantenere un intervallo di quarta giusta. Quando Ibanez introdusse questo strumento, mi venne l’idea di creare un trio chitarristico che utilizzasse esclusivamente queste chitarre. Nacquero quindi gli Strings24 insieme a Frank Caruso e Gianluca Ferro (successivamente sostituito da Gianni Rojatti), grazie anche al supporto di Ibanez stessa che ci diede subito tre esemplari della 8 corde. Era però molto complicato trovare un locale dove suonare, per via del genere musicale molto particolare, così eravamo obbligati a suonare nei festival, nelle presentazioni. Abbiamo inciso due album e, nel secondo, abbiamo lavorato con artisti internazionali e abbiamo avuto anche la partecipazione di artisti del calibro di Andy Timmons e Kiko Loureiro dei Megadeth.

Citando un famoso adagio, “Il fatto che esista un’autostrada per l’inferno e solo una scala per il cielo, la dice lunga sulla quantità di traffico che ci si deve attendere“. Dunque aveva ragione David Bowie quando disse che “il rock è sempre stata la musica del diavolo“?
Io non sono d’accordo, anche se mi è sempre stata bene questa etichetta, perché sono molto anticonformista: vedo nel tipo di soddisfazione liberatoria del rock qualcosa di paradisiaco. Tantissima gente che non ha a che fare con questo genere musicale, diverse volte a fine concerto viene a ringraziarti per quanto si siano divertiti. Quindi il rock contiene qualcosa di estremamente positivo per chiunque, anche se spesso viene associato all’uso di alcool e droga. Spesso lavorando con i musicisti internazionali ho potuto notare che non esiste più, o quasi più, l’essere strafatti, anzi, si è sobri e lucidi per una buona performance, per far vedere capacità e doti. Dunque ben venga che il rock sia visto così, perché mi piace l’anticonformismo, però personalmente lo vivo veramente in maniera totalmente pacata.


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GALLERY STEFANO “SEBO” XOTTA: DON’T STOP THE ROCK!

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VIDEO STEFANO “SEBO” XOTTA: DON’T STOP THE ROCK!

  • Ibanez Day | Stefano “Sebo” Xotta | Salumeria Della Musica | 15.02.15

  • Stefano “Sebo” Xotta – Double D

  • Four Tiles al QM Live (31.1.2015)