STORIA

SPIEDINI D’EGITTO

SPIEDINI D’EGITTO

MilanoPlatinum Voci antiche

In collaborazione con la pagina Voci Antiche: pagine dal mondo classico.


SPIEDINI D’EGITTO

Henry A. Bacon - Obelisk-Karnak in 1900 - Henry A. Bacon [Public domain], via Wikimedia Commons
Henry A. Bacon – Obelisk-Karnak in 1900 – Henry A. Bacon [Public domain], via Wikimedia Commons
L’Egitto ne era pieno in ogni luogo: lungo le rive del Nilo, nelle città più importanti ma anche in centri meno noti, questi monoliti di granito di Assuan, che i greci ironicamente chiamavano col diminutivo di “obeliskoi” (spiedini), svettavano verso il cielo, quasi a volersi congiungere con quel sole al cui culto erano dedicati.

Ad erigerli furono per primi i faraoni, già nel II millennio a.C.: Seti I ne volle numerosi ad abbellire Heliopolis, Tutmosi III li fece innalzare a Menfi e Tebe, località, quest’ultima, per la quale ne ordinò uno di 32 metri di altezza e 455 tonnellate, ma il più alacre costruttore di obelischi fu Ramsete II, al cui nome se ne legano ben quattordici fatti erigere solo nella città di Tanis.

Heliopolis - Neithsabes derivative work JMCC1 (Héliopolis200501.JPG) [Public domain], via Wikimedia Commons
Heliopolis – Neithsabes derivative work JMCC1 (Héliopolis200501.JPG) [Public domain], via Wikimedia Commons
Ma come avveniva il loro trasporto, viste le dimensioni di questi monumenti? Un primo problema si presentava subito dopo l’estrazione del marmo dalle cave. Per far giungere il monolite al molo sulle rive del Nilo, bisognava trascinarlo: a tale scopo, venivano usate delle corde bagnate e dei rulli di legno, su cui il blocco veniva fatto scorrere, vincendo così l’attrito del suolo. Sistemarlo poi sull’imbarcazione che lo avrebbe portato al luogo di destinazione era un altro problema, di solito superato con l’ausilio di argani, che lo sollevavano quel tanto che bastava per poi farlo scivolare. Il momento più critico, però, era quando veniva innalzato perché gli argani potevano anche cedere sotto l’immane peso, che cadendo a terra si sarebbe danneggiato.

Tutte queste difficoltà non fermarono i conquistatori dell’Egitto dal depredare le terre dei faraoni dei loro obelischi: molto prima dei romani, lo fecero gli assiri di Sardanapalo, che, nel VII a.C., ne fece portare due da Tebe a Ninive, sfidando le acque del Mar Rosso, del Golfo persico e del Tigri. Poi, con la conquista romana, iniziò un vero e proprio saccheggio, che portò alcuni di questi giganti a Roma, dove ancor oggi abbelliscono le piazze della città, sebbene in luoghi diversi da dove i romani stessi li avevano eretti. Questo significò costruire navi enormi, lunghe più di 30 metri, per il trasporto nel Mediterraneo e predisporre, all’arrivo al porto di Ostia, delle chiatte per il trasporto fluviale, a cui erano addetti gli helciarii (dal greco helko, trascinare, tirare), aiutati dai buoi.

Tra gli imperatori che contribuirono a portare a Roma gli obelischi egizi, ci furono Augusto, Caligola e Costantino. Il primo fece erigere in città l’obelisco di Piazza del Popolo e quello di Montecitorio, rispettivamente collocati allora nel Circo Massimo e in Campo Marzio. Caligola fece giungere nella capitale dell’impero quello voluto da Augusto e fatto fare dal prefetto Asinio Gallo, che fu collocato al Circo Vaticano ed ora si trova in Piazza San Pietro.

Alzare l'Obelisco Vaticano - By Niccola Zabaglia (1664-1750) [Public domain], via Wikimedia Commons
Alzare l’Obelisco Vaticano – By Niccola Zabaglia (1664-1750) [Public domain], via Wikimedia Commons
A Costantino, invece, si deve il trasporto a Roma dell’enorme obelisco di Ramsete II, quello lungo 32 metri e del peso di 455 tonnellate. L’opera, in realtà, fu portata a termine del figlio Costanzo II, che lo fece portare al centro del Circo Massimo, perché facesse compagnia a quello giunto lì trecento anni prima, sotto Augusto. Oggi svetta in Piazza San Giovanni in Laterano.

Obelisco lateranense - By AndrewRm (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons
Obelisco lateranense – By AndrewRm (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons
Passarono i secoli, ma gli obelischi non cessarono di destare stupore né di essere trasportati via dall’Egitto. Non più su navi sospinte a forza di braccia, ma con l’ausilio di battelli a vapore. Avvenne così per l’obelisco che oggi svetta nella parigina Place de la Concorde.

Parigi Obelisco Luxor - By MarkusMark (Own work) [CC0], via Wikimedia Commons
Parigi Obelisco Luxor – By MarkusMark (Own work) [CC0], via Wikimedia Commons
Costruito da Ramsete II per Luxor, venne donato al re Luigi Filippo nel 1832. Fu Champollion, instancabile decifratore di geroglifici, a sceglierlo per gentile concessione del viceré d’Egitto Mohammed Alì, a cui aveva salvato il figlio. Sulla nave, costruita appositamente per andare a prenderlo, fu caricato tutto il materiale necessario per le operazioni, lo stesso di sempre: tronchi di legno, funi, argani, carrucole. Giunta con grande difficoltà ad Alessandria, perché occorreva attendere le piene del Nilo per evitare che si incagliasse, l’imbarcazione fu poi trainata dallo Sphinx, un battello a vapore, che attraversò il Mediterraneo passando per lo stretto di Messina, oltrepassò quello di Gibilterra, circumnavigò la penisola iberica e finalmente giunse alle foci della Senna. Partito da Alessandria il primo aprile 1833, entrò a Parigi solo in autunno, ma dovette attendere tre anni per trovare la giusta collocazione, dove ora ancora si trova, quella piazza che solo qualche decennio prima aveva visto decapitati dalla Rivoluzione Luigi XVI e sua moglie Maria Antonietta.


PER APPROFONDIRE

  • Habachi, Lebib, I segreti degli obelischi, Newton Compton 1978.
  • Silvia Koci Montanari, Gli obelischi di Roma, Medicea 2014.
  • Peter Tompkins, La magia degli obelischi, Tropea 2001.

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