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Romina Capitani: la voce tra passione e creatività

Romina Capitani: la voce tra passione e creatività

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Romina Capitani: la voce tra passione e creatività

Romina Capitani è un’artista cha ha scelto la voce come strumento per esprimersi, è una jazz singer che con passione, impegno e dedizione totale ha intrapreso una carriera artistica che punta all’eccellenza con risultati ottimi. Dopo una formazione avvenuta al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma e presso il Conservatorio “G. B. Martini” di Bologna, Romina Capitani ha proseguito il suo studio perfezionandosi con alcune grandissime voci di livello internazionale, da Maria Pia De Vito a Diana Torto, da Norma Winstone a Cinzia Spata e Sheila Jordan. La carriera artistica l’ha portata a ricevere numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi. Attualmente all’attività concertistica affianca quella di docente di canto presso la Siena Jazz University. Ascoltare Romina Capitani è fare l’esperienza di un gusto raffinato e di una creatività inesauribile in cui lo strumento voce, utilizzato tecnicamente con la sapiente disinvoltura di chi lo padroneggia alla perfezione, è espressione di innumerevoli significati, quelli del testo, ma anche quelli che nascono dalla personalità dell’interprete e dal contesto in cui si esprime.

Ma come si impara a cantare? Quali sono i segreti e gli strumenti per educare la voce al canto e farne veicolo espressivo? Lo abbiamo chiesto a lei cercando di esplorare la sua vita di artista, di scoprirne i gusti, le aspirazioni, le direzioni di una ricerca che dura tutta la vita.

La voce è uno strumento musicale a tutti gli effetti. Qual è la sua specificità rispetto agli altri strumenti? Quali sono le sue caratteristiche uniche?

Parlerei di due grandi differenze rispetto agli strumenti. La prima è che la voce è veramente uno strumento unico, la voce è il timbro, è la caratteristica che ogni persona possiede in maniera peculiare. Non esiste uno strumento voce uguale a un altro e questo lo rende speciale. L’altra differenza è che la voce ha la possibilità di utilizzare anche il linguaggio verbale, cioè le parole, quindi usarla vuol dire non solo fare delle note ma anche comunicare un significato chiaro, definito. Questi due aspetti fanno secondo me della voce qualcosa di unico e affascinante.

Il linguaggio in cui hai scelto di esprimerti è quello jazzistico. Ci sono delle grandi voci in questo contesto che ritieni tuoi punti di riferimento sia per quello che attiene il passato sia in riferimento alla scena attuale?

Tra le artiste storiche che amo di più in assoluto, delle quali porto i dischi in macchina e che ascolto regolarmente come una medicina quotidiana, posso nominare Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Carmen McRae, Anita O’Day, la grandissima Sheila Jordan. Poi ammiro molto delle figure anche più attuali, come Dena DeRose, una pianista e cantante americana che ormai vive in Europa da molti anni, o anche Gretchen Parlato, una giovane musicista e cantante newyorkese. Mi piacciono molto anche le voci maschili come Marc Murphy, Mel Torme, Kurt Elling. Ovviamente mi dimenticherò qualcuno di importante, sono tantissimi! Ho riscoperto recentemente Nancy King. Ho un suo disco con Fred Hersch al piano, in duo, che per me rappresenta una sorta di enciclopedia del jazz, dell’improvvisazione.

Ci sono voci che non hanno cantato jazz che tuttavia ti ispirano?

Certamente. Tra le voci italiane adoro Mina, poi naturalmente di altro ambito Maria Callas, e più in generale non posso non citare le grandi voci della musica black, come Aretha Franklin o Whitney Houston. Una delle voci italiane che ho scoperto di recente e che mi ha affascinata molto a livello interpretativo arrivando a toccare delle corde che forse non erano nemmeno pertinenti alla sua formazione è Ornella Vanoni. Penso al disco di musica brasiliana registrato con Toquinho in cui tira fuori dal testo qualcosa di unico con un’espressività molto intensa.

Come si impara a cantare? Quanto conta la qualità della materia prima, cioè la voce, per diventare cantanti professionisti? Ci sono delle tappe obbligate da percorrere a livello di studio per valorizzare le proprie qualità?

Come giustamente osservi tu la voce ha già delle caratteristiche naturali definite. Ci sono persone che nascono con voci naturalmente dotate e altre che invece sono meno fortunate da questo punto di vista, però devo dire che le tappe obbligate sono sempre le stesse quando si vuole fare della musica una professione. Io consiglio a tutti coloro che vogliono intraprendere questo percorso di farsi affiancare da un bravo insegnante non solo per la parte tecnica, quindi della voce in sé come strumento, ma anche di affrontare subito le materie più ostiche per un cantante come la teoria, l’armonia, il solfeggio, tutte cose fondamentali per evolversi anche da un punto di vista vocale.

Nel tuo repertorio figurano naturalmente gli standard del jazz, ma ci sono anche brani che attengono ad altri ambiti (penso ad esempio ad alcuni pezzi della nostra canzone italiana o alla musica brasiliana). Come scegli i pezzi da presentare in concerto?

Banalmente scelgo le cose che mi piacciono di più, o in base al tipo di serata e di organico con cui mi trovo a cantare, e vivo questo momento anche come grande opportunità per far conoscere al pubblico pezzi meno praticati e meno ascoltati ma che per me sono invece significativi e degni di essere portati alla luce. Quindi sostanzialmente scelgo i brani da presentare sia in base alla loro funzione stilistica (posso passare da una bossa nova a un brano swing o a una canzone in italiano), ma sostanzialmente il filo conduttore è esprimere attraverso questi pezzi la musica che piace a me.

Il testo in una canzone…

L’aspetto testuale si fonde immediatamente con la parte musicale. Ci sono elementi tecnici da cui non si può prescindere nello studio di una canzone, perché non si tratta di leggere delle parole, è più complesso come procedimento, ad esempio occorre abbinare a ogni sillaba una certa nota. Ma la cosa più importante secondo me è che un cantante quando lavora su un testo lo assorba, lo viva, lo faccia suo e nel momento in cui lo canta non pensi più a quella parte tecnico-stilistica di cui ti dicevo, ma semplicemente lo riproduca nel modo in cui può farlo in quel momento, quindi un’interpretazione non è mai uguale. Se una sera una canzone la suoni in trio o in duo o in quintetto l’esposizione di questo testo cambierà in funzione della musica che si crea intorno.

Nel linguaggio jazzistico l’improvvisazione è qualcosa di imprescindibile e richiede oltre a una buona tecnica anche una sensibile dose di creatività. Qual è la tua definizione di improvvisazione?

Per me l’improvvisazione equivale a un momento che non si ripeterà mai più, è un incontro tra la musica e la tua necessità di esprimere qualcosa che in quel momento vuoi dire. È anche un dialogo, un’operazione di ascolto. Ovviamente c’è bisogno di conoscere molte cose per riuscire a improvvisare. Improvvisare non vuol dire essere completamente liberi di fatto, però è comunque un liberare qualcosa che è stato assimilato. L’improvvisazione è una parte della performance in cui di fatto mi lascio andare ascoltando anche quello che accade intorno a me in quel momento. Quindi è qui e ora, è dire qualcosa che non era stato deciso prima. Questo è possibile solo se si possiede una conoscenza armonica e uno studio che, soprattutto per i cantanti, non è affatto scontato. Una libertà quindi che si conquista duramente con lo studio. Improvvisare su un giro armonico, su una sequenza di accordi richiede saper cantare quelle scale, conoscere le scale che vanno su quegli accordi. Sono necessari molti anni di studio.

Vuoi svelare a noi profani il mistero dello scat? Cos’è e come si realizza?

Lo scat è una tecnica di improvvisazione vocale basata su sillabe che non hanno significato. Si dice che questo linguaggio fu inventato da Louis Armstrong che durante la registrazione di un brano improvvisò essendogli caduto il foglio dal leggio. Ci sono grandi voci da ascoltare per capire cosa sia lo scat: da Louis Armstrong a Ella Fitzgerald e via dicendo. Come si fa a cantare una sequenza di note prive di parole? Non si tratta semplicemente di usare delle sillabe non sense, bensì di attribuire a una melodia che viene creata sul momento, improvvisata dunque, delle sillabe che abbiano una funzione ritmica, dinamica. Lo scat è una tecnica complessa che richiede la conoscenza del linguaggio.

Nel 2014 hai registrato un disco con un quartetto di musicisti di Praga. Vuoi raccontarci come è nato questo connubio artistico che ha portato a “Easy Living – To Prague with love”? Chi sono i tuoi compagni di viaggio?

Questo progetto è nato molto prima del disco. Nel 2011 ho conosciuto Tomas Jochman, che è il pianista del gruppo. Tomas mi ha contattata dopo aver fatto ascoltare delle mie interpretazioni e composizioni originali ad altri musicisti e in quello stesso anno hanno organizzato una serie di concerti, quindi ho fatto un primo tour con Tomas Jochman al pianoforte, Lukas Kytnar al contrabbasso e Tomas Hobzek alla batteria nel 2012. Abbiamo tenuto circa quindi concerti in Repubblica Ceca. Da questa esperienza è emersa l’esigenza di realizzare questo disco che quindi abbiamo registrato nel 2013. Il gruppo quindi aveva già lavorato a lungo insieme e all’uscita del cd, nel 2014, abbiamo tenuto un secondo tour. Questo disco, che è andato molto bene, probabilmente avrà un seguito. Stiamo pensando a una ristampa con ampliamento del repertorio, delle bonus track magari prese da qualche live. Non escludo di tornare a fare un terzo tour.

Nell’album ci sono anche due brani composti da te. La composizione è qualcosa a cui si approda naturalmente o un’urgenza comunicativa personale? Da cosa nascono le idee musicali che trasformi in brani di senso compiuto?

Quando scrivo in genere mi viene in mente un’idea melodica, un riff che poi cerco di sviluppare, e la registro. Mi servo del pianoforte e della chitarra per sviscerare armonicamente altre idee e decidere come arricchire lo spunto iniziale. Questo per quello che riguarda la scrittura esclusivamente musicale, mentre per quello che riguarda la scrittura di testi o anche di testi su musiche non mie, in quel caso si tratta di un’urgenza comunicativa ancora più forte. Soprattutto per i brani in cui non ho scritto io la musica, il fascino musicale è tale da desiderare di renderli cantabili.

Ad esempio?

Ad esempio “Brazilian like” di Michel Petrucciani. Nel mio prossimo disco, che uscirà questa estate, ci sarà questo brano su cui io ho scritto un testo. Dopo essere stato ascoltato e approvato dalla famiglia Petrucciani, il brano con il mio testo è stato ridepositato e sarà ripubblicato con il titolo “Song for Petrucciani: Brazilian like”. È stata un’esperienza bellissima, perché ho potuto mettere delle parole su una melodia che non aveva il testo e che è stata scritta da un pianista che io amo tantissimo.

Oltre alla tua attività artistica sei anche docente per la Siena Jazz University. Quali sono gli strumenti attraverso cui trasmetti le tue conoscenze e le tue abilità ai giovani allievi?

Ho la fortuna di insegnare in una struttura dove c’è uno staff didattico molto coeso e corente, non sono sola a fare questo lavoro di formazione su giovani musicisti che vengono da tutta Italia e sono molto motivati. Di fronte a me trovo sempre giovani cantanti, e non solo, molto voraci e sono contenta di trasmettere loro non solo degli strumenti tecnici come l’armonia, la teoria, il fraseggio, ma soprattutto di condividere con loro la curiosità di ascoltare, tirare giù gli assoli, conoscere gli artisti e trovare un loro linguaggio dopo aver incamerato quanto già fatto da altri per poi diventare a loro volta degli artisti completi.

Il live è sempre una sorta di rito. Tu spesso prima di cantare racconti il brano, lo contestualizzi. Quanto è importante per un artista la conoscenza non solo tecnica ma più ampiamente culturale della materia su cui si trova a lavorare?

Credo che trasmettere al pubblico informazioni sul brano che si sta per cantare sia molto importante. Non solo perché cantando spesso testi in inglese non tutti conoscono la lingua e possono dunque comprendere il pezzo, ma anche perché l’ascoltatore ha bisogno di una piccola didascalia che prepari all’ascolto.

Cosa pensi dell’attuale situazione musicale in Italia? Come vive un artista oggi?

La domanda è spinosa. In Italia ci sono tantissimi ottimi musicisti, il livello è alto grazie anche alle scuole e alla formazione. Abbiamo sia tantissimi ottimi giovani musicisti sia grandissimi musicisti in carriera, dunque è un peccato che non ci siano risposte adeguate a questo. Io sono iscritta a un’associazione che si chiama MIDJ (Musicisti Italiani Di JAZZ) presieduta da Ada Montellanico e Paolo Fresu che si occupa di dare voce una voce univoca ai musicisti di jazz in Italia per potersi interfacciare con le istituzioni e supportare l’attività artistica e professionale degli artisti.

Progetti per il futuro?

A breve uscirà un mio disco che si intitola “Isola Jazz”. Con me suoneranno Giacomo Rossi al contrabbasso, Luigi Di Chiappari al pianoforte e Paolo Corsi alla batteria e avremo due ospiti speciali: Klaus Lessmann al clarinetto e Riccardo Galardini alla chitarra. Questo cd uscirà a giugno per Philology e quindi ci saranno dei concerti di presentazione.


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