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RITORNO AI NUOVI MONDI. GIOVANNI MANZONI PIAZZALUNGA

RITORNO AI NUOVI MONDI. GIOVANNI MANZONI PIAZZALUNGA 

Giovanni Manzoni Piazzalunga è nato in Bolivia nel 1979. I tratti del suo viso, intensi e bellissimi, gli occhi scuri dalla forma oblunga, i capelli lunghi e lucidi sembrano provenire da un passato lontano e comunicano una profondità ancestrale. Cresciuto in una famiglia italiana, per formazione, cultura (e passaporto) è italiano a tutti gli effetti. Giovanni è un artista che attraverso le sue opere sa costruire un mondo intessuto di significati forti e diretti: parla chiaro ma fa sognare; dipinge il sesso in modo esplicito ma intreccia corpi che vanno dritti alla mente e al cuore; provoca senza strillare, ritornando alla pittura rinascimentale e al senso delle religioni. Parliamo nel suo studio, in compagnia di Nicola, un cagnolino più umano degli umani. Mi apre i suoi mondi con semplicità e grazia.

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A che cosa stai lavorando ora?

A dieci opere per il mercato coreano che non verranno mai esposte in Italia. È uno stimolo a dare di più, perché mi offre la possibilità di presentarmi con un’immagine nuova in un Paese che non mi conosce. Territorio vergine: mi fa sentire come se avessi un anno di vita con la consapevolezza di trent’anni di esperienza. Questi lavori sono divisi in tre serie: i veri “supereroi”, un ritorno al “ritorno al classicismo” e una riflessione sulle religioni.

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Partiamo dai “supereroi”: immagino che non stiamo parlando di Batman o Superman…

Premetto che io penso al supereroe in una veste ordinaria, con gli occhi di un bambino che guarda il nonno e lo vede come Superman: grande, forte, saggio e capace di fare qualsiasi cosa. Allo stesso modo penso che la persona adulta debba essere capace di vedere il “vero” eroe. Certo, il supereroe mascherato che lotta per il bene e contro le ingiustizie senza rivelare la sua identità ci affascina, è un archetipo contemporaneo molto forte. Ma, nella realtà, il costume spesso diventa una maschera che i poteri impongono per nascondere i veri eroi, un mantello di ipocrisia. Per me il Superman dell’ultimo secolo è Nikola Tesla, che con i suoi brevetti rivoluzionari avrebbe potuto davvero aprire la strada a un cambiamento radicale: energia gratuita per tutto il mondo. Le implicazioni di questa prospettiva sono enormi: non si tratta di salvare un gattino che non riesce a scendere dall’albero e nemmeno cento persone da un terremoto, per quanto buoni siano questi gesti. Si tratta di salvare il mondo intero. Può voler dire piantare un’antenna in mezzo a un deserto e poterci costruire un ospedale. Il “sistema” gli ha messo il costume da Batman per nasconderlo. Martin Luther King, Malcolm X, Madre Teresa, Gandhi, considerati “supereroi” dalla nostra società, sono state persone pacifiche, ma forse fin troppo: hanno potuto predicare molto ma fare poco. Costruire un ospedale per i poveri è un nobile fine, ma circoscritto: le ricerche di Tesla si spingevano ben oltre, perché avrebbero potuto offrire a tutti la possibilità di realizzare concretamente la propria libertà.

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Qualche altro esempio di vero supereroe?

Stanley Meyer, con la sua pila a combustibile ad acqua, un altro progetto pensato per salvare il mondo. Niente più problemi di petrolio, carburante e inquinamento, se avesse funzionato e fosse stato diffuso. Meyer non era né un ingegnere né un meccanico, ma aveva avuto un’intuizione geniale, boicottata ferocemente dalla scienza ufficiale. Morì dopo una cena al ristorante. Corse fuori dicendo di essere stato avvelenato, ma fu dichiarato morto per aneurisma cerebrale. Con lui morirono anche le sue ricerche. E poi Guy Nègre, ingegnere e progettista di motori per la Formula 1. I carrelli delle miniere che funzionavano ad aria compressa gli fecero pensare a un’auto che usasse un motore ad aria compressa. Presentato il prototipo, la produzione sarebbe dovuta partire nel 2002, ma nel giro di pochi anni tutto è sparito. Guy Nègre è morto nel giugno scorso. Nikola Tesla, Stanley Meyer, Guy Nègre: ecco i Clark Kent e i Bruce Wayne dell’ultimo secolo.

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Passiamo dai supereroi alla ricerca della perfezione anatomica michelangiolesca, che riconosco bene in queste altre opere…

La seconda serie è un ritorno al “ritorno al classicismo”. Ho sempre amato il Rinascimento, epoca di ritorno al classico, e a quello ho voluto rifarmi in questa serie di quadri per la Corea. Quando uno studente dell’Accademia riproduce un disegno di Michelangelo, quella sì che è una scuola, perché permette di assimilarlo con grande rispetto. Michelangelo faceva lo stesso quando studiava i disegni dei suoi predecessori, Masaccio, Piero della Francesca, Ghirlandaio, fino a incorporarli a tal punto da elevarsi a uno stadio superiore, rifondendo il loro insegnamento in una perfezione anatomica nuova grazie alle sue eccezionali capacità.

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Anche per te un ritorno allo studio dei corpi e dell’anatomia…

Sì, nel tentativo, forse vano, di fare ancora questo tipo di arte, di riagganciarmi a quel modello. La mia tesi di laurea era un suicidio: “Le aspettative degli studenti dell’Accademia rispetto a quello che ricevono realmente”. Era un monito un po’ saccente e noioso che voleva approfondire una semplice considerazione: se l’Italia è piena di turisti stranieri, è perché c’è della bellissima arte, ma non quella che si fa studiare all’Accademia. Non sono i futuristi a portare qui i giapponesi. Non sono gli ultimi duecento anni di arte. Sono Michelangelo e Bernini. A volte sembra che ci siamo dimenticati della nostra storia. Io Giovanni Manzoni, finto italiano, finto sudamericano, la vedo così.

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Chiariamo: tu sei italiano.

Chiedilo a un poliziotto e ti dirà di no. Sono stato fortunato, perché sono stato adottato in un momento in cui di sudamericani ce n’erano molto pochi, come di stranieri in generale, né c’era xenofobia pura come oggi. Inoltre, essendo un bambino sono stato accolto bene, anzi sono cresciuto persino nella bambagia. Ho sempre avuto l’idea di dovermi differenziare, però, e mi sono un po’ isolato nei miei disegni cercando di costruire un mio mondo, come del resto fa qualsiasi artista, musicista, scrittore. Il disegno mi ha aiutato molto, perché permette di costruire veramente il mondo che vorresti. L’artista astratto magari è più facilitato, perché gli basta una macchia per costruire un mondo, ma è anche più destabilizzato: cosa si vede esattamente in quella macchia, se non forse un ritmo di libertà? Per me l’attinenza alla realtà o la realtà rivisitata sono come avere il famoso terzo occhio: vedi, ma vedi anche con l’occhio dell’immaginazione, e più hai conoscenza della realtà, più puoi modellarla veramente. Costruire mondi non significa proiettare il proprio ego in modo pervasivo e distruttivo. Per esempio, El Greco, che in un periodo in cui erano tutti molto rappresentativi deformava la realtà a modo suo, manifestando così la sua libertà, avrebbe addirittura preteso di rifare il Giudizio Universale dopo il Concilio di Trento, quando si stabilì che era troppo scandaloso per stare in Vaticano. Daniele da Volterra, amico di Michelangelo, salvò il capolavoro con l’idea di coprire le parti intime: proprio il suo intervento ci permette oggi di poter ancora godere di quest’opera eccezionale. Un El Greco avrebbe distrutto un capolavoro per soddisfare il proprio ego e avere il suo Giudizio Universale. Che cosa tremenda!

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Il tuo interesse per l’anatomia si collega con la tua produzione erotica?

No, io vedo il disegno rinascimentale come qualcosa di sacro. Quando dipingo usando il linguaggio più spinto, che pure mi affascina e mi caratterizza, mi distacco dal Cinquecento. Mi rivedo allora nei bellissimi disegni di Rodin, di Schiele o di Hayez, che ultimamente mi ha molto sorpreso per un suo filone erotico praticamente sconosciuto. In lui c’è più sesso spinto che in tanti altri: sesso di gruppo, anche, e molto esplicito. Milo Manara sembra una scolaretta al confronto di Hayez, che tutti immaginiamo come il patriota romanticone.

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Il sesso nelle tue opere è spontaneo, naturale, gioioso. Non sei un provocatore.

Non nel senso comune di oggi. Come esempio tipico di provocazione prenderei un Cattelan, ovvero, secondo me, un finto provocatore. Pensa ai bambini impiccati: una mossa pubblicitaria ben studiata, divulgata sui giornali di mezzo mondo il giorno stesso e supportata da un marketing aggressivo. Se questa è la provocazione di oggi, a me non interessa. Io sono un provocatore controcorrente: disegnare secondo uno stile rinascimentale è la mia provocazione. Non sono il bambino che stuzzica il criceto nella gabbia, ma chi dice al bambino di piantarla di stuzzicare il criceto nella gabbia. Quando all’Accademia volevo disegnare corpi, il mio professore, di impostazione concettuale, mi diceva: “Ma che, tu vieni a scuola col calesse? Pensi di essere nell’Ottocento?”.

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Infine la terza serie, quella delle religioni. Vedo un’enorme opera con Cristo e Buddha che sembrano anche loro un po’ supereroi…

Per questa mi ha ispirato un’immagine di Ai Weiwei che si apre la camicia e sotto c’è la foto di lui quando era stato arrestato. Da una parte c’è Cristo che si apre la camicia e sotto mostra una maglietta con l’immagine di Buddha. È come se Gesù fosse fan di Buddha. Dall’altro lato, invece, c’è Buddha che sulla maglietta ha Gesù. Il cristiano buddista e il buddista cristiano. I cristiani ai quali ho mostrato questa immagine si sono sentiti offesi, anche persone molto giovani: l’hanno interpretata come uno sminuire, una presa in giro. Invece il Buddha cristiano ha raccolto più favore: i buddisti hanno detto che questa è la loro visione, perché il buddismo abbraccia anche le altre religioni. Dietro ho messo il gufo, perché per i nativi americani, quelli che sento un po’ più vicini a me, è un simbolo sacro, mentre in altre religioni è considerato malefico. Nel mezzo c’è il mondo coronizzato da cui partono tutte le religioni: ebraismo, cristianesimo, buddismo, shintoismo… A Nord del pianeta, però, perché a Sud, almeno fino al Cinquecento, erano panteisti e veneravano la Natura, il Sole, le stelle, la Terra. Presso alcuni popoli della Birmania, la Terra è talmente sacra che le donne non possono indossare scarpe con i tacchi per non farle male.

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