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Mirò – Il colore dei sogni

Mirò – Il colore dei sogni – Fino al 12 dicembre 2021, la Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo, in provincia di Parma, ospita la mostra Mirò – Il colore dei sogni.

L’esposizione propone 50 opere tra gli anni ’30 e gli anni ’70 in cui si evidenzia il percorso anticonformista e provocatorio dell’artista che, definito da Breton “il più surrealista di noi tutti”, affermò in alcune interviste di voler “assassinare” la pittura tradizionale per trovare nuovi mezzi di espressione.

Questo intento è manifesto in alcune tele esposte nella seconda sala: sullo sfondo di un paesaggio tradizionale, Mirò traccia i suoi inconfondibili segni con pennellate di colore acceso.

Il viaggio artistico di Mirò inizia sin da giovane nella città natale di Barcellona, dove frequenta la scuola d’arte e si avvicina alla corrente del Fauvisme, che pone l’accento sul colore più che sul tratto.

Nel 1916, ad una mostra organizzata da Ambroise Vollard, Mirò resta colpito dalla straordinaria espressività delle opere di Van Gogh.

Tre anni dopo si trasferisce a Parigi dove conosce Picasso e il dadaista Tristan Tzara ed entra in contatto con il movimento surrealista, in particolare con Masson. Comincia a dividersi tra Parigi e Montroig, a sostenere il ruolo sociale dell’arte, a inserire iscrizioni poetiche nelle sue tele.

Nel 1929 si distacca dal movimento surrealista, anche se l’influsso di questa corrente resterà presente nelle sue opere, in particolare nel modo di approcciarsi alla tela trasformando il flusso dei pensieri in pittura, con il risultato di creare un mondo onirico, fantastico, in cui si muovono creature immaginarie e simboli che sono spesso uccelli, stelle, donne, note musicali, ideogrammi o graffiti.

Alla fine degli anni ’30, con l’instaurazione della dittatura di Francisco Franco, e nel decennio successivo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mirò esprime il suo tormento con opere cupe ed estraniandosi sempre più dalla realtà, fino ad arrivare a produrre la serie delle Costellazioni, molto apprezzate dalla maggior parte dei critici.

I protagonisti indiscussi sono i valori universali dell’umanità, stelle che sono unite tra loro da una specie di filigrana che le collega e dà all’insieme una struttura gioiosa, armonica, piena di speranza.

Dopo la guerra, Mirò si reca per la prima volta negli Stati Uniti dove conosce Jackson Pollock, che da lui era stato profondamente influenzato e che, prendendo le mosse dall’ automatismo psichico dei Surrealisti, era arrivato alla tecnica del dripping, che sarà la base dell’action painting.

In quegli anni, Mirò si avvicina alla ceramica e comincia a realizzare le sue prime sculture monumentali che richiamano la semplicità del primitivismo.

Nel 1955 gli viene affidata dall’UNESCO la realizzazione di due murales raffiguranti il sole e la luna per la sede centrale di Parigi.

L’artista, dopo alcuni tentativi non riusciti, decide di utilizzare come sfondo delle piastrelle irregolari che dipinge con una scopa di foglie di palma.

L’opera gli vale il Guggenheim International Award.

In seguito, Mirò si dedica alla sperimentazione di diverse tecniche artistiche, tra cui le sculture in bronzo, e all’uso di materiali inconsueti, come caseina, catrame, sabbia.

Il motivo per cui l’artista decide di sperimentare con diversi attrezzi e diversi materiali è spiegato da lui stesso in un’intervista del ’59: “… Se aggredisco un pezzo di legno con una sgorbia, questo gesto mi mette in un determinato stato d’animo. Se aggredisco una matrice con una matita litografica, o una lastra di rame con un bulino, gli stati d’animo che ne derivano sono diversi . L’incontro  con lo strumento e la materia produce uno shock che è cosa viva e penso si ripercuoterà sull’osservatore”.

Accanto alla produzione di lavori pittorici, Mirò si occupa fino dal 1928 di grafica libraria, tema ben rappresentato in una sala della mostra.

L’artista, durante il soggiorno a Parigi, aveva frequentato circoli artistico-letterari in cui aveva potuto dialogare con André Breton, René Char, Paul Eluard, Pablo Neruda, Shuzo Takiguchi e Jacques Prévert.

Queste frequentazioni avevano alimentato il suo lavoro di “giardiniere” (così si definiva) e lo aveva spinto ad accettare collaborazioni con riviste illustrate, come Derriér le miroir, creata da Almé Maeght.

In collaborazione con il poeta rumeno Tristan Tzara, fondatore del movimento Dada e ispiratore del Surrealismo, Mirò realizzò nel 1950 Parleur seul, tratto dall’omonima opera di Tzara, una serie di 72 litografie in cui i due artisti fanno dialogare flusso poetico e segno grafico in un continuum scandito dai colori puri di Mirò, il giallo, il rosso, il verde, l’azzurro e il nero.

La copertina, un collage in lacerto di giornale, è una straordinaria summa dell’iconografia di Mirò.

Negli ultimi anni della sua vita, Mirò  sperimenta anche la scultura gassosa e la pittura quadridimensionale.

Un anno prima di morire, a quasi novant’anni, realizza il manifesto che diventa il simbolo del campionato del mondo di calcio 1982, noto come Spagna ’82.

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INFO

Mirò – Il colore dei sogni

Fondazione Magnani-Rocca

Mamiano di Traversetolo, Parma

Fino al 12 dicembre 2021