ARTE

Milano capitale del Liberty

Milano capitale del Liberty – Più di tante altre città, Milano si conforma in una stratificazione di stili che ne compongono un’identità tanto forte quanto variegata. Dai pochi resti tutt’oggi visibili che raccontano della Mediolanum capitale dell’Impero Romano, ogni epoca ha lasciato qui la propria traccia componendo uno spaccato architettonico di rara varietà. C’è, però, in questa convivenza di stili, una forma architettonica che qui ha proprio il suo primato, scalzando qualsiasi altra città italiana e ponendosi capolista insieme ad altre grandi metropoli europee come Parigi, Londra, Barcellona: quella dello stile Liberty.

Foglie e fiori scolpiti nella pietra o plasmati nel ferro battuto invadono i palazzi della nuova borghesia sul finire dell’Ottocento, proprio quando Milano plasmava la sua strutturazione urbanistica per preparasi a diventare una vera e propria città della modernità. Siamo, cioè, in pieno Modernismo. Una casualità? Certamente no. Le forme morbide e voluttuose del Liberty contrastavano, almeno simbolicamente, l’incalzante crescita della città, conservando quella bellezza urbanistica che si sentiva minacciata.


GALLERY Milano capitale del Liberty

Un buon punto di partenza per scoprire petali e api, foglie e putti, può essere un itinerario nei dintorni di Porta Venezia, partendo magari da via Malpighi, strada tanto piccola quanto ricca di bellezza. Al civico 3, all’angolo con via Sirtori, Casa Galimberti (1905) è uno degli esempi più ricchi del Liberty milanese: rivestita da maioliche dipinte, con i suoi smalti lucidi e colorati è uno dei rari esempi meneghini in cui si verifica quella fusione delle arti ricercata dal Modernismo. Più spesso, infatti, alla vera e propria pittura si sostituisce una scultura morbida, che con materiali porosi sembra fondersi all’architettura. Sulla superficie liscia di queste maioliche, uomini e donne vivono a stretto contatto con una Natura verde e rigogliosa, in un giardino dell’Eden mai abbandonato. La decorazione, insomma, fa da padrona, ma se è vero che il Liberty in Italia non genera vere e proprie modificazioni strutturali, è altrettanto vero che proprio la necessità di dare spazio alla decorazione porta a curiose invenzioni. Ne è un esempio l’angolo smussato dei palazzi, una sorta di “facciata aggiuntiva” ricavata appunto dal taglio degli angoli, che genera l’apertura di un’ulteriore “facciata”, come in questo caso. Allo stesso modo, i balconcini, straordinari nelle loro voluttuose forme in ferro battuto, vengono collegati tra un piano e l’altro, creando baldacchini di foglie e fiori. Dallo stesso architetto di Casa Galimberti (Giovanni Battista Bossi) a pochi metri di distanza si trova Casa Guazzoni (1903-1906), dove al luccichio degli smalti si sostituisce un’altrettanto straordinaria decorazione plastica. Tutti diversi per espressione e fisionomia, i mascheroni nella fascia bassa propongono una completa fusione tra Uomo e Natura, intervallando ritmicamente le aperture delle vetrine dei negozi. Dall’altra parte della strada, quella che attualmente è una Biblioteca di zona, nasce nel 1910 come cinema, confermando l’interesse che il Liberty ha mostrato nei confronti degli spazi commerciali. Costruita in pietra e cemento, la struttura, nel suo fondere alla decorazione fitoforme un’impostazione geometrica, rivela gli aggiornamenti viennesi dell’architetto Tettamanzi.

Proseguendo in direzione del Corso di Porta Venezia, al civico 47 si incontra quella che viene considerata la prima costruzione Liberty in città: Palazzo Castiglioni. Impossibile, almeno per i milanesi, non esserci passati davanti (in molti peraltro vi saranno entrati: oggi questa è la sede dell’Unione del Commercio e del Turismo della Provincia di Milano), e magari aver visto con la coda dell’occhio quegli strani oblò in cui il ferro battuto sembra essersi sciolto, avviluppandosi in un intreccio di curve sinuose. La firma è quella di Alessandro Mazzuccottelli, maestro del ferro battuto che a Milano ha lasciato ben più che un’impronta, arrivando con la sua fama e la sua opera fino a Città del Messico. Siamo nel 1900, e l’ingegner Castiglioni, particolarmente aggiornato sugli indirizzi del Modernismo straniero, chiama l’architetto Giuseppe Sommaruga per dare forma alla propria residenza. Sopra un impianto architettonico asciutto e tradizionale, si apre alla città una facciata vivace e vibrante di matericità: insieme agli inserimenti scultorei di foggia più classica, come i putti scolpiti di Ernesto Bazzaro, sotto le finestre e intorno al portone i pannelli ornati di motivi floreali accentuano il gioco di luce e l’effetto pittorico (ottenuto grazie all’inserimento del bugnato in ceppo), facendo del palazzo uno degli esempi più veri del Liberty milanese. Da non perdere, mettendosi per un attimo col naso all’insù, le api scolpite a tuttotondo sulla fascia in rame posta sotto al cornicione. In questo caso, non si tratta di una semplice scelta naturalistica, ma anche simbolica: con la loro proverbiale operosità, le api accompagnano quel senso del lavoro e della produzione che ben si sposava alla residenza di un industriale. E per accompagnare tanta operosità, all’allegoria dell’Industria si affiancò quella della Pace, entrambe sotto forma di figure femminili senza vesti poste ai lati del portone. Oggi queste figure non si vedono più, e in effetti rimasero a sorvegliare Palazzo Castiglioni per brevissimo tempo. Il giorno dell’inaugurazione la città, di fronte alla nudità delle sculture, gridò allo scandalo, e in soli tre giorni vennero trasferite nel cortile di Villa Faccanoni (quella che oggi è la Clinica Columbus). Il Palazzo non lasciò indifferente il collega architetto Alfredo Campanini, che tra il 1904 e il 1906 costruì Casa Campanini al civico 11 di via Bellini, dove all’impatto limpido ed essenziale si aggiunge un ricco apparato decorativo. Sotto la mano di Mazzuccottelli (autore dell’ascensore e della balaustra delle scale), il ferro battuto si fa morbido e sinuoso, in armonia con la pittura a muro ancora visibile sulle scale e gli arredi lignei della portineria, in un unicum decorativo di rara integrità.

A lasciare un’impronta caratterizzante alla Milano del primo Novecento fu anche l’architetto Arata, di cui si possono ammirare due esempi nello stesso quartiere. In via Cappuccini all’angolo con via Vivaio, Palazzo Berri Meregalli si presenta come ultimo esempio del Liberty in città, tanto che lo stesso Arata lo definì un edificio eclettico e non più liberty. Insieme ai prodigi in ferro battuto di Mazzuccottelli, pietra, cotto, marmo e vetro suggeriscono legami con stili più lontani nel passato, tra il Gotico e il Rinascimento. Se riuscite a metter il naso nell’androne, non perdetevi la “Vittoria alata” dello scultore Adolf Wildt, oltre alle splendide decorazioni a cassettoni. Simile nel gusto, Casa Berri Meregalli in via Mozart al civico 21 (1909-1910), con lo stesso uso del mattone a vista propone mascheroni al poste delle bocche delle grondaie, e teste di ariete per decorare balaustre e balconi.

E se è vero che l’iperbole del Liberty si è consumata in un ventennio, è altrettanto vero che è facile, girando per la città, ritrovare i segni di uno stile che la città non l’ha mai abbandonata definitivamente.