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Michael Pretolani, un ragazzo che ha fatto G.A.V.E.T.T.A.

Michael Pretolani, un ragazzo che ha fatto G.A.V.E.T.T.A. – Michael Pretolani racconta a MilanoPlatinum il suo modo di intendere lo stile e la sua passione per la storia del costume.

Parlaci di te: chi è Michael Pretolani?

Il mio vero nome è Matteo Pretolani, Michael è un soprannome che mi è stato dato quando ero piccolo, ed è nato per il mio amore per la pallacanestro; ero anche molto bravo a giocare a basket, nonostante il mio metro e 65 di altezza! Mio zio mi portava le Air Jordan dagli Stati Uniti, di diversi colori; e da lì si può dire sia nata la mia “follia” per le scarpe: ancora oggi infatti faccio un po’ fatica a portarne dello stesso colore!

Quali sono le tue passioni?

Penso, e spero, sia evidente la mia passione per l’abbigliamento, o come preferisco dire per la storia del costume, termine che ho mutuato da mio padre, che posso tranquillamente definire la mia icona e il mio mentore. Mio padre si è sempre servito da un sarto, che ora purtroppo non c’è più, e vedendo sempre i suoi abiti fatti su misura e la ricercatezza in quello che indossava mi ha trasmesso questa passione. Del resto, mio nonno vendeva stoffe, e quindi si tratta di una passione di famiglia. Mio padre inoltre lavora in teatro, quindi sono cresciuto anche tra i costumi di scena. Da piccolo mi sembravano cose lontane e appartenenti a un altro mondo, ma crescendo sono divenute le mie passioni. Che si contaminano reciprocamente, perché per esempio adoro il cinema, per cui spesso mi arrivano stimoli stilistici anche da questo mondo.

Descrivi il tuo stile personale

 Faccio sempre molta fatica a descrivere il mio stile; il primo aggettivo che mi viene in mente è “cacofonico”, perché mi piace mescolare molto, prendere da mondi molto diversi ed eterogenei tra loro, a volte prendendo un capo “alto” e abbassandolo, e a volte il contrario.

Quando e come nasce il tuo marchio G.A.V.E.T.T.A.?

G.A.V.E.T.T.A. è un brand nato nel 2014 in collaborazione con il mio socio, Stefano Savelli, soprannominato “Sabuba”. Siamo partiti realizzando capispalla, cosa che facciamo tuttora. Un po’ per necessità, perché, non trovando quello che ci piaceva, lo abbiamo creato noi; ma soprattutto perché è bello pensare qualcosa e vederla realizzata. La prima collezione era ispirata al Manifesto Futurista di Giacomo Balla, con capi asimmetrici. Ci ha dato molta soddisfazione il cliente finale, che ha recepito il nostro messaggio; tra l’altro, era arrivato in un momento di stimolo abbastanza forte, all’interno di un’empatia generale presente al momento. Chiaramente con dei riferimenti, in particolare al Giappone, dove ci sono realtà strepitose da tenere sempre in riferimento, come Watanabe, Comme des Garçons, Yamamoto e Issey Miyake; loro sono certamente più “slegati” e più liberi rispetto al nostro modo di abbigliarci. Con la prima collezione abbiamo avuto buoni risultati e siamo stati molto contenti.

G.A.V.E.T.T.A. è un brand che continua ad andare avanti, pur tra mille difficoltà; il nome stesso è un richiamo al fatto che è insito nel DNA il fare fatica. Il fatto che sia puntato non implica che sia un acronimo; io ho studiato Lettere e Filosofia, e non sono mai riuscito a superare epigrafia romana: mi è rimasta questa “cosa” delle punteggiature e spaziature tipiche delle epigrafi. Ma è anche un riferimento al fatto di aver lavorato in un negozio il cui nome era un acronimo puntato, per cui il nostro nome è una sorta di tributo.

A cosa ti ispiri nella realizzazione di un tuo capo e qual è la tua icona?

Le ispirazioni sono tantissime e molteplici. Io sono “onnivoro”, e alla base fondamentalmente vi è la mia curiosità per tutto, dal mondo cinematografico a quello musicale. Spesso prendo spunto dallo stile di alcuni film, oppure mi è capitato di acquistare vinili o cd perché mi piacevano le copertine. Insomma, una sorta di delirio da grafico autodidatta ma anche da stylist, perché comunque quando ero piccolo, intorno alla metà degli anni ’80, c’era una figura che è stata la scintilla dello stylist, Ray Petri, che può piacere o non piacere, ma che comunque è stato il primo a fare quello che ha fatto, mettendo insieme mondi lontanissimi tra loro. Come diceva lui, faceva stare “tutti sotto lo stesso ombrello”.

 Il tuo capo d’abbigliamento preferito, e quello che non indosseresti mai

Adoro i capispalla, e spesso mi capitava di uscire in tuta indossando però un bel cappotto di mio padre. Il vero “archivio” da consultare è quello di mio padre, e non ho bisogno di consultarne altri. Sicuramente, quindi, tra i miei capi preferiti vi è un bel cappotto. Tra gli accessori il cappello, che porto in continuazione.

Tra quelli che non indosserei mai non saprei dire, perché tendenzialmente non escludo nulla. Ultimamente non ho una grande confidenza con le calzature ginniche, perché secondo me una bella scarpa fa la differenza. Spesso infatti l’accessorio giusto va oltre la sua definizione e diventa un vero e proprio “punto luce”, un fulcro.

Spesso chi fa una cosa per primo fa da ispirazione; ma non deve essere una rincorsa del nuovo per se stesso. Si deve avere la volontà e la forza di ignorare e di non curarsi del giudizio degli altri, mantenendo sempre un equilibrio: spesso il confine tra il sublime e il ridicolo è davvero sottile, e dipende anche da chi lo fa. Fondamentale è anche la disinvoltura con cui si fa qualcosa.

Gli stimoli che arrivano dall’esterno, devono fare riflettere e devono mettere in moto dei meccanismi di pensiero. Da lì poi ci si differenzia e ci si distanzia; deve esserci la volontà di ricercare qualcosa, anche un percorso, per non sembrare in “divisa”. Non si deve per forza essere uguali, e l’abbigliamento è un linguaggio che si può modulare in maniera diversa, a seconda delle circostanze e delle situazioni.

Quali sono i progetti futuri?

Per ora, continuare a fare quello che mi piace. Mi piace cercare di poter avere compiti diversi, pur nello stesso ambito. Ho da poco terminato, per esempio, di fare uno shooting stylist per un’azienda, realizzando un lookbook. Mi piace inoltre poter seguire e realizzare un prodotto dall’inizio alla fine.


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