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Mataleòn: energia rock made in Italy

Mataleòn: energia rock made in Italy – I Mataleòn, rock band italiana dalla forte personalità artistica, si esibiranno all’Autodromo di Monza il 10 luglio 2016, in occasione dell’I-Days Festival. Credono fortemente nel sentimento come punto di partenza per ogni forma d’arte e riescono a un unire questo aspetto alla carica e all’energia tipiche delle rock band internazionali. Si raccontano a Milano Platinum.

Cosa significa il vostro nome? Cosa trasmette della band a primo impatto?

Mata leòn è la versione spagnola di una parola brasiliana, Mata leão, che appartiene alla tecnica di Brazilian Jiu Jitsu. Si tratta di una mossa che mitologicamente è servita a un uomo per sconfiggere un leone, e che poi si è sviluppata nella lotta praticata ancora oggi; pensiamo che questa figura ci rappresenti perché con la nostra musica ci siamo presi una sfida: quella di riuscire a fare rock in italiano. Inoltre, il nome Mataleòn ci inserisce una dimensione internazionale, senza legarci necessariamente alla lingua inglese. Ciò che emerge dal nome è proprio la forza della nostra musica e il forte impatto che riesce a trasmettere sul palco, così come forte deve essere un uomo che si appresti ad affrontare un duello corpo a corpo.

Il panorama contemporaneo delle band è molto ricco e variegato: su quale caratteristica avete deciso di puntare per distinguervi e avere una vostra riconoscibilità?

La nostra caratteristica è l’italiano abbinato alla musica rock, puntiamo molto sulla veste linguistica delle nostre canzoni. Ci piace pensare che, ascoltandole, il pubblico non si ricordi solo degli stacchi, degli assoli di chitarra, come spesso accade per i gruppi rock, ma che siano proprio le parole a rimanere impresse nella mente.

Come nascono le vostre canzoni? Quanto tempo passate in studio di registrazione?

Dedichiamo tanto tempo alle prove, ogni settimana ci vediamo, litighiamo, ci confrontiamo: la nostra particolarità è proprio quella di avere molto scambio di informazioni. Il processo produttivo tendenzialmente nasce in sala prove, a volte capita che qualcuno porti un’idea, sulla quale poi lavorare. È impossibile calcolare il tempo necessario per scrivere una canzone, anche se ormai abbiamo un grande bagaglio condiviso e siamo diventati più veloci, troviamo subito la giusta sintonia. Una caratteristica che ci aiuta molto è la nostra flessibilità, la disponibilità ad accettare suggerimenti e modifiche, soprattutto se arrivano da Olly Riva, il nostro produttore. Grazie a lui riusciamo a trovare i giusti equilibri, a dare un ordine alle nostre idee, sempre nel rispetto delle regole della musica, dell’arte.

Quali sono i temi delle vostre canzoni? Quali messaggi volete trasmettere con la vostra musica?

Ci piace puntare sull’immagine che una parola può creare quando viene messa in posizioni particolari, giochiamo con le metafore e scegliamo parole che ricordino un determinato stato d’animo. Prestiamo attenzione a questi aspetti, più che al voler trasmettere un messaggio sociale, non è una nostra caratteristica quella di mischiare la musica con le ideologie. Le nostre canzoni raccontano storie nelle quali tutti possono immedesimarsi, cerchiamo sempre di condividere le nostre emozioni con il pubblico.

Fare rock in italiano è una vera sfida: come vi ponete nei confronti del mercato? Quali sono i riscontri del pubblico?

Sapevamo che per sfondare nel mercato internazionale sarebbe stato necessario essere madrelingua inglese o avere una dizione perfetta, quindi per avere più credibilità abbiamo deciso di dedicarci all’italiano, lingua che amiamo profondamente. Il nostro cantante, Tommaso Di Blasi, ha sempre cantato in italiano e si è dedicato con grande cura allo studio dei testi. Il pubblico ha apprezzato molto le nostre proposte in italiano, tutti possono capire le parole delle nostre canzoni, e questo è uno dei nostri obiettivi, il valore aggiunto che vogliamo portare alla musica rock. L’Italia ha una storia di cantautori che possono essere definiti poeti: abbiamo voluto seguire la loro scia, arrivando ad ottenere un equilibrio tra raccontabilità del testo e impatto vocale melodico.

Quali sono le caratteristiche di ciascun componente della band? Come riuscite ad amalgamrvi?

Tommaso Di Blasi (voce/chitarra): amo molto la canzone italiana, sono cresciuto con i Litfiba, i Timoria, i primi Negrita (per citare i gruppi rock), poi ci sono i mostri sacri: De Andrè che non ha bisogno di essere introdotto, Battiato, Modugno, Mogol, Battisti, Bluvertigo (dei quali abbiamo aperto il concerto al Brianza Rock Festival 2015), gli Afterhours, Eugenio Finardi. Io punto più sull’aspetto melodico: amo cantare e trasmettere con la mia voce le emozioni racchiuse nei brani.

Manuel Schiavone (basso): adoro i grandi classici della musica metal/rock come i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Metallica, fino ad arrivare al metal dei giorni nostri.

Daniele Bocola (batteria): mi piace molto il metal americano, ma anche quello europeo che adesso sta emergendo. Posso dire però di aver studiato davvero di tutto, dal jazz, al funk, al rock. Ascolto tanti gener diversi: passo dai Gojira, gruppo francese che fa un metal molto tecnico, ma parecchio sostenuto, agli Alabama Shajes, che sono un gruppo americano classic rock in chiave jazz.

Andrea Giuliani (chitarra): io sono il bluesman della band, ascolto tanti generi musicali diversi e ho portato una nota più dolce ed elegante nel rock della band.

Ciò che ci consente di amalgamarci è la nostra propensione ad appassionarci molto agli strumenti degli altri, a consigliare linee vocali o strumentali anche se non riguardano direttamente il nostro strumento. C’è una bellissima alchimia. E non possiamo di certo dimenticare l’importanza fondamentale di Olly Riva che è ormai la quinta persona della band, capace di mettere ordine alle nostre idee, dando un importante contributo in fase di pre-produzione.

Cosa rappresentano per voi i live? Quanto conta il contatto con il pubblico?

Come per ogni band, il concerto è la fase finale di tutto quello che hai avuto alle spalle, un momento per liberarsi dalle tensioni del lavoro. Abbiamo lavorato un anno e mezzo all’album: arriva un punto in cui emerge su tutto la voglia di mostrare il risultato al pubblico, di suonare i pezzi per come devono essere e raccontare quella che è stata la nostra esperienza. Noi siamo di grande impatto sul palco, l’energia è il mood dei nostri live. Passiamo da pezzi che strizzano l’occhio all’estero, ma cantati in italiano e quindi più melodici, quasi “commerciali”, a pezzi di concetto, più introspettivi, intimi. Questa in fondo è la dimensione che appartiene a tutta la struttura dei testi. La lunga gavetta che ci accomuna ci ha insegnato a riconoscere se il nostro lavoro viene apprezzato, alla fine di ogni esibizione il risultato è chiaro. Senza il consenso del pubblico è difficile rendere la propria musica qualcosa in più di una semplice passione. Il nostro scopo non è per forza quello di trasformare la musica in un lavoro, ma ci teniamo a creare un legame con i fan, far sì che ci seguano nel tempo. È uno scambio reciproco, che poi è la condizione alla base dell’arte. L’importante è trasmettere un’emozione, sentimenti. Crediamo che senza sentimento non si possa parlare di arte.

A breve vi attende la seconda partecipazione al Brianza Rock Festival: quanto siete cambiati rispetto all’anno scorso?

Quest’anno il Brianza Rock Festival è inserito all’interno degli I-days, e avremo l’onore di suonare prima dei Biffy Clyro, un gruppo che saremmo dovuti andare a sentire: condivideremo lo stesso palco! L’anno scorso è stata una bellissima esperienza, siamo saliti con tutti i timori degli emergenti ma siamo riusciti a impressionare gli addetti ai lavori, i fonici e l’organizzazione, che quest’anno ci ha ricontattato: hanno visto in noi un progetto serio, e questo ci rende molto fieri. Nell’ultimo anno abbiamo dimostrato di avere un’identità più forte e siamo ben fiduciosi di poter fare ancora meglio rispetto al precedente Brianza Rock Festival. In quell’occasione abbiamo trovato conferme al nostro lavoro, e questo ci ha spinti ad organizzarci per un progetto futuro. Ci portiamo la voglia di confermare quello che è stato fatto e di creare una base di attenzione per quello che arriverà tra poco. Un palco del genere è una grande fortuna, ci aiuterà a creare aspettative nel pubblico.

Quali sono i vostri progetti futuri? Dove vi piacerebbe arrivare?

Il nostro desiderio più grande è quello di poter girare l’Italia, salire su tanti palchi e fare conoscere le nostre canzoni attraverso i live, che rappresentano il compimento di un lavoro. Speriamo che il nostro impegno e la nostra serietà ci portino ad ottenere sempre più consensi, così da trovare nuovi stimoli per crescere ancora. Grazie al nostro EP “Prospettiva di un’idea” abbiamo creato una base solida: abbiamo voglia, determinazione e idee, non ci resta che trasmetterle.

Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo album che uscirà in autunno?

Siamo molto  contenti di quanto sta uscendo: l’idea è quella di fare un concept, avere un filo logico che racchiuda tutto il nostro lavoro, per far sì che diventi ancora più internazionale, ma sempre proposto in italiano. Ci teniamo a fare un lavoro a 360°: abbiamo una copertina pazzesca perché un artista italiano che stimiamo molto ci ha concesso l’uso di una sua opera, ne siamo più che contenti. Speriamo di dimostrare che siamo maturati e migliorati. Vorremmo davvero stupire le aspettative di chi ci segue, e per questo stiamo dedicando grande attenzione alla parte visiva: il team è molto valido, vogliamo dare un’idea visiva della canzone, e per farlo ci aiuta la nostra video maker, che ci ha seguiti nella realizzazione del nostro primo video.


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