STORIA

MANFREDO SETTALA, ACCUMULATORE SERIALE DI MERAVIGLIE

MANFREDO SETTALA, ACCUMULATORE SERIALE DI MERAVIGLIE –

MilanoPlatinum Storica National Geographic

In collaborazione con la prestigiosa rivista STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC scopriamo il personaggio di Manfredo Settala, animo curioso e creativo, geniale ideatore di una raccolta di stranezze sospesa tra la wunderkammer e il gabinetto scientifico, tra vecchio spirito collezionistico e nuova attitudine alla ricerca sperimentale, vera, ideale sintesi del Seicento barocco.


MANFREDO SETTALA, ACCUMULATORE SERIALE DI MERAVIGLIE

Una tappa obbligata per i turisti del Seicento

I viaggiatori stranieri in visita nella Milano del Seicento la trovavano eccezionale, nonostante il periodo della dominazione spagnola sia stato per molti versi un’epoca di decadenza. Burnet, Lassels, Addison, Mabillon, de Monconys hanno lasciato testimonianze dettagliate delle loro impressioni: concordi sulla magnificenza della città e delle sue architetture, esprimono pareri discordi sulla Biblioteca Ambrosiana: Lassels critica il fatto che alle lunghe file di scaffali si intercalassero quadri e statue e osserva che sarebbe stato meglio impiegar que’ denari in libri che onorano i sapienti assai più che non i ritratti. Ma gli stessi che criticavano la mescolanza di volumi e opere d’arte in una biblioteca restavano senza fiato di fronte alla collezione del canonico Manfredo Settala, tappa imperdibile per tutti i visitatori di passaggio a Milano, geniale espressione un po’ buffonesca e ciarlatana dell’anima onnivora del suo creatore. Il museo Settala era l’apoteosi dello spirito barocco, una wunderkammer italiana che raccoglieva reperti e oggetti straordinari di svariata origine: denti di narvalo, corredi rituali provenienti dalle Americhe, automi, sfere armillari, strumenti ottici e chi più ne ha più ne metta.

La famiglia Settala: santi, eroi e un medico esperto di peste

Manfredo Settala, chi era costui? In parte ce lo possiamo immaginare come un tipo alla don Ferrante, descritto da Manzoni nei Promessi sposi come il tipico erudito secentesco, immerso nello studio morboso delle scienze più disparate, ma molto più brillante e burlone. Altrimenti non avrebbe collocato all’ingresso del suo museo un automa dalla testa simile a quella di un drago che sputava agli ospiti. La sua famiglia vantava origini risalenti al V secolo e un feudo, il borgo, appunto, di Settala, a est di Milano, ottenuto almeno dal IX. Traeva lustro da diversi membri, più o meno certi e conosciuti: un vescovo (san Senatore); il prode Passaguado, che si era impegnato nella ricostruzione delle mura dopo la distruzione di Milano a opera del Barbarossa; e poi ancora l’arcivescovo e crociato Enrico, l’eremita Manfredo, il beato Lanfranco, Gerolamo, penitenziere maggiore della cattedrale. Una nobile schiatta di santi e di eroi. Il più noto, grazie ad Alessandro Manzoni, fu però Ludovico: medico con interessi filosofici, è indicato nei Promessi sposi come uno dei primi a rendersi conto che la “strana malattia” in via di diffusione nel 1630 era purtroppo la peste. Diversi decenni prima, in occasione della pestilenza del 1576, aveva maturato sul campo una grande esperienza, accanto a Carlo Borromeo. Ludovico era illuminato e all’avanguardia rispetto ai colleghi del tempo, e proprio per questo fu accusato dal popolo di voler terrorizzare la città con le sue teorie sui rischi del contagio. Il suo spirito scientifico era comunque limitato da quello dell’epoca: per esempio, credeva nella stregoneria e ne diede prova nel triste caso della domestica Caterina Medici, contro la quale, insieme ad altri dottori, stese una perizia in cui la accusava di stregoneria e malocchio finalizzati a uccidere il senatore Luigi Melzi. Caterina fu naturalmente condannata al rogo e la sentenza eseguita il 4 Marzo 1617. Ludovico morì nel 1633 lasciando diciotto figli, tra i quali Manfredo; un palazzo in piazza Sant’Ulderico (l’attuale via Pantano 26); una splendida biblioteca e una galleria di opere che costituirono il primo nucleo della raccolta che poi sarebbe stata ampliata da Manfredo.

Manfredo Settala (Public domain via Europeana)
Manfredo Settala (Public domain via Europeana)

La passion predominante di Manfredo Settala: raccogliere e creare meraviglie

Manfredo nacque con lo scoccare del nuovo secolo, nel 1600. La prima intuizione del progetto al quale si sarebbe dedicato la ebbe da adolescente, quando visitò collezione d’arte dei Gonzaga a Mantova e rimase folgorato dalla raccolta di meraviglie lì riunite. Dopo gli studi di lettere, retorica e filosofia, si laureò in giurisprudenza all’università di Pavia; poi si trasferì a Siena, dove iniziò a interessarsi alla scienza e alla fisica. Incuriosito dall’Oriente, riuscì a convincere il padre Ludovico a finanziargli il viaggio. Partito per Costantinopoli, vi soggiornò stabilmente per circa un anno, spostandosi poi fra la Turchia e Cipro, in un periodo compreso tra il 1622 e il 1628. Rientrò infine a Milano carico di reperti naturalistici ed etnografici da lui definiti “turcheschi”. Nello stesso 1628 ricevette il diaconato dall’amico cardinale Federico Borromeo, senza però avere l’intenzione di intraprendere la carriera ecclesiastica. Infatti continuava a condurre lontano da Milano una vita mondana e dissipata, esponendosi ai rischi della peste e delle scorribande dei lanzichenecchi. Il padre Ludovico non mancava di rimproverargli la sua condotta immorale, come risulta dal rapporto epistolare tra i due. Nel 1630, il cardinale Borromeo gli concesse il canonicato della basilica di San Nazaro, sul corso di Porta Romana, a due passi dal palazzo paterno, carica provvidenziale perché gli avrebbe assicurato una rendita economica modesta ma vitalizia, in grado di lasciargli tutto il tempo necessario per dedicarsi agli studi scientifici e naturalistici senza l’obbligo di trovare altre fonti di reddito. Manfredo rientrò quindi a Milano. L’epidemia di peste era cessata e il padre era morto lasciando la sua ricca biblioteca e la quadreria: ispirato da quel primo nucleo, iniziò a raccogliere oggetti e strumenti scientifici di ogni genere, ai quali fece posto sia nel palazzo di via Pantano sia nei locali della canonica di San Nazaro. In quest’ultima, silenziosa e appartata, allestì un fornitissimo laboratorio: versatile e ingegnoso, Settala era un tornitore abilissimo e dalle sue mani uscivano artiglierie d’avorio, minuscole carrozzine con cavalli e cocchieri che potevano stare sotto le ali di un’ape, cannocchiali, microscopi e specchi ustori che gli valsero il soprannome di “nuovo Archimede”. Non fosse stato per il disprezzo tutto secentesco e spagnolesco per il lavoro manuale, avrebbe potuto avviare con successo un’industria lucrosa. Invece amava lavorare al tornio per sé e insegnare quest’arte ai nobili suoi pari.

Specchio ustorio conservato a Monaco (Public domain, via Wikimedia Commons)
Specchio ustorio conservato a Monaco (Public domain, via Wikimedia Commons)

Le categorie del meraviglioso: naturalia, artificialia, curiosa

Lo spirito curioso e un po’ compulsivo di Manfredo lo portò a riunire più di tremila pezzi, che lui stesso catalogò in tre sezioni: i naturalia, provenienti, appunto, dalla natura, e suddivisibili a loro volta in animali, vegetali e minerali; gli artificialia, cioè i manufatti; i curiosa, ovvero tutto ciò che può interessare e stupire in quanto monstrum, cosa fuori dalla norma. Accanto agli oggetti, Manfredo raccolse migliaia di libri, che, sommandosi a quelli della biblioteca paterna, finirono con l’ammontare a ben 10.000 volumi a stampa e circa 600 manoscritti. L’epoca di Manfredo era segnata dall’apertura progressiva di nuove vie commerciali e dalla colonizzazione di nuovi mondi: gli scambi tra Europa e Americhe erano fonte inesauribile di novità. A Milano il cardinale Federico Borromeo riceveva spesso i missionari di ritorno dall’America Latina, per informarsi dell’evangelizzazione di quelle terre. Anche Manfredo ospitava presso la canonica religiosi e mercanti provenienti da oltreoceano, sperando di trovare nuovi pezzi per il suo museo. Tra gli oggetti così ottenuti vi erano un corredo rituale usato dai sacerdoti Tupinamba nelle danze propiziatorie, composto da un mantello di piume colorate, cavigliere con sonagli di semi, cintura e collana di piume, e prodotti d’artigianato locale come due quadri fatti a mosaico, sempre con piume di uccelli, rappresentanti santa Rosa da Lima e la Vergine con il Bambino, probabilmente messicani su committenza peruviana. Di tutto ciò, purtroppo, non rimane che il mantello di piume, che, se pur non in buone condizioni di conservazione, risulta il più importante tra gli otto mantelli Tupinamba ancora esistenti in Europa. A rappresentare il fascino dell’Oriente, la sua collezione esibiva una mappa disegnata dal missionario gesuita Giulio Aleni, un planisfero eccentrico rispetto alla tradizionale impostazione europea, perché poneva al centro la Cina confinando il “vecchio continente” ai margini del disegno. Quando ricevette la visita di Walter von Tschirnhaus, uno degli inventori della porcellana europea, Manfredo si vantò con lui di essere riuscito a creare la ceramica usando il metodo dei cinesi.

Disegno di uno dei "naturalia" della collezione Settala (http://bibliodyssey.blogspot.it/2006/03/settalas-wunderkammer.html)
Disegno di uno dei “naturalia” della collezione Settala (http://bibliodyssey.blogspot.it/2006/03/settalas-wunderkammer.html)

Il gabinetto scientifico del Dottor Manfredo Settala

Il Museo Settala poteva certamente inserirsi in quel filone collezionistico che, a partire dal XVI secolo, era noto sotto il nome di Wunderkammer, “camera delle meraviglie”. Queste raccolte erano custodite gelosamente in stanze di palazzi e residenze, per la contemplazione del proprietario, che le incrementava di continuo con nuovi pezzi. Ma il rapporto di Manfredo con la sua collezione aveva una particolarità: lui non si limitava ad ammirare i suoi pezzi, ma li usava e li analizzava allo scopo di ricavarne esperienze scientifiche. Questo atteggiamento nuovo e sperimentale (confermato anche dalla presenza del laboratorio) si collocava tra il vecchio spirito collezionistico e accumulatore e il futuro modo di fare ricerca e avvicinava la sua raccolta al concetto di gabinetto scientifico. Va anche detto che Manfredo, se da un lato si teneva costantemente aggiornato su tutte le invenzioni meccaniche della sua epoca, dall’altro poteva discutere con estrema serietà dell’araba fenice, chiedendosi se fosse o no l’uccello del paradiso, se avesse i piedi, se vivesse d’aria come si pensava facesse il camaleonte. Al signor Balthasas de Monconys, consigliere del re di Francia, disse di aver scoperto il segreto di un certo Borri, che pretendeva di ridare la vista a un animale dopo avergli cavato gli occhi, versando sulla ferita una certa mistura di chelidonio, e di avere la capacità di fabbricare in una notte tre cannoni da batteria. Insomma, Manfredo le sparava grosse, ma la sua raccolta fu uno dei fenomeni più importanti del collezionismo di età barocca ed esercitò una funzione divulgativa in vari campi del sapere in una città, come Milano, che risentiva ancora di pesanti ritardi culturali dal punto di vista del pensiero scientifico.

Il catalogo è questo…

Nel 1664 Manfredo ebbe l’idea di stendere un inventario delle “meraviglie” che componevano la sua raccolta. Grazie al fratello Carlo, vescovo di Tortona, a fine anno venne stampato in quella città il Musaeum Septalianum, in latino, catalogo dettagliato suddiviso in sessantasette capitoli. Due anni dopo seguì la versione in italiano dell’opera, meno erudita e più divulgativa, della quale venne tirata una seconda edizione, di poco successiva, aggiornata con le nuove acquisizioni. Il volume, stampato a Tortona come i precedenti, era dedicato al vescovo Carlo Settala, patrono di tutta l’operazione. In questa seconda edizione compare un’incisione, firmata da Cesare Fiori, che rappresenta la galleria nel palazzo Settala di via Pantano: non tanto la riproduzione esatta di come il museo fosse organizzato (sappiamo dalle testimonianze dirette dei visitatori che l’esposizione era distribuita in quattro locali, mentre l’incisione propone un unico ambiente suddiviso in tre parti), quanto un barocco compromesso fra ideale e reale, una scenografia atta a mostrare i pezzi più caratteristici. Dal soffitto pendono coccodrilli, squali e pesci volanti. Nella parte superiore delle pareti sono appesi i dipinti; a sinistra è raffigurato uno dei congegni del moto perpetuo; a destra si trova un’enorme zanna d’elefante; ancora più a destra si intravede un diavolo a mezzo busto incatenato, uno degli automi semoventi costruiti da Settala, sopra il quale sta appeso il mantello dei Tupinamba.

Cesare Fiori, incisione raffigurante il museo Settala (public domain, via Wikimedia Commons)
Cesare Fiori, incisione raffigurante il museo Settala (public domain, via Wikimedia Commons)

Sette volumi e un testamento

Ancora prima di dare alle stampe il catalogo, Manfredo aveva affidato ad alcuni giovani artisti milanesi il titanico compito di riprodurre tutti gli oggetti del Museo: sette volumi illustrati, di cui presto si persero le tracce. Nel corso del Novecento, attraverso fortunose vicende, cinque di questi volumi furono recuperati e sono ora di proprietà della Biblioteca Ambrosiana. Il legame tra l’Ambrosiana e Settala è strettissimo: Federico Borromeo, artefice e fondatore dell’Ambrosiana e da sempre amico di Manfredo, gli aveva infatti affidato l’incarico di ricercatore di libri per la neonata biblioteca. Successivamente, Federico lo nominò conservatore, carica di prestigio che spinse Manfredo a donare alla biblioteca una parte della sua collezione libraria, riservandosene però l’uso vita natural durante. All’Ambrosiana Manfredo pensò anche quando, il 30 luglio 1672, decise di predisporre il proprio testamento. Dopo aver affermato di essere l’unico proprietario degli oggetti facenti parte del museo, avendoli egli stesso raccolti, acquistati o fabbricati, istituì un fedecommesso sull’intera raccolta, disponendo cioè che questa dovesse passare, dopo la sua morte, al fratello Carlo, il quale avrebbe dovuto poi trasmetterla, senza poterla disperdere o alienare, ai figli del fratello Senatore e ai suoi discendenti maschi in linea di primogenitura. Estintasi la linea maschile dei Settala, Manfredo dispose che la Galleria entrasse a far parte del patrimonio dell’Ambrosiana. Al testamento fu allegato, a scanso di equivoci, il Catalogo a stampa.

Il tesoro “disperso su per i muriccioli”

Manfredo Settala morì il 6 febbraio 1680 e sei giorni dopo ebbe un sontuosissimo funerale in San Nazaro, di cui praticamente per tutta la vita era stato canonico. La data del suo funerale coincise, fatalmente, con l’inizio della dispersione del suo amato museo. Infatti nella Chiesa venne allestito un catafalco tipicamente barocco, addobbato con numerosissimi oggetti prelevati dalla galleria: a esequie terminate non tornarono più al loro posto. Anche il collegio dei Gesuiti a Brera volle onorare il defunto, allestendo una rappresentazione teatrale durante la quale vennero portati in processione alcuni tra i pezzi più significativi della collezione. Di nuovo, molti di questi pezzi presero vie diverse anziché tornare a palazzo Settala. Dispersa su per i muriccioli, come la biblioteca di don Ferrante, della collezione oggi è rimasto pochissimo. Alcuni pezzi sono recentissimamente entrati a far parte della collezione permanente del Mudec – Museo delle culture; qualcosa è rimasto al Museo di Storia Naturale e presso le Civiche raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco è conservato un automa dalle sembianze di diavolo.

Diavolo automa. Girando la manovella, la faccia muoveva occhi e lingua ed emetteva suoni e fumo dalla bocca (Foto G. Dall'Orto, via Wikimedia Commons)
Diavolo automa. Girando la manovella, la faccia muoveva occhi e lingua ed emetteva suoni e fumo dalla bocca (Foto G. Dall’Orto, via Wikimedia Commons)

Meglio morire che stare in ozio

La commemorazione funebre di Settala, affidata al gesuita Giovanni Battista Pastorini, sarebbe molto piaciuta al defunto, per il puro stile barocco e perché coglieva un aspetto fondamentale della sua personalità: l’amore per lo studio della natura e l’impegno creativo nel realizzare oggetti quasi a imitazione dell’attività divina:

Il Settala infatti ricordevole d’un suo detto familiare potius mori quam otiari si diede per onesto diletto ad un impiego, che lo rendesse in qualche maniera imitatore delle opre di Dio. Imperocché qual fra gli altri è l’impiego di Dio? […] Nel tempo distende cieli, fabbrica sfere, move pianeti, accorda elementi, dipinge le Iridi, colora i fiori, accende i fulmini, lavora al torno le grandini, e movendo immobile tutte le cose, opera nell’operare di tutte le create cagioni. Questo fu sempre l’impiego di Dio; e questo ancora con una certa imitazione di Dio è sempre stato il gentilissimo genio del signor Manfredo Settala, sempre operare, sempre occuparsi, far bella l’arte, studiar la natura e imitarla nei suoi lavori.


PER APPROFONDIRE – MANFREDO SETTALA, ACCUMULATORE SERIALE DI MERAVIGLIE


MilanoPlatinum Storica National Geographic

In collaborazione con STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC