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LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN – PARTE 2

LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN – PARTE 2 –

MilanoPlatinum Finestre su Arte, Cinema e Musica

In collaborazione con la pagina Facebook Finestre su Arte, Cinema e Musica, si chiude con questa seconda parte la retrospettiva sull’artista visionaria Francesca Woodman.


LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN – PARTE 2

Nelle foto della Woodman che hanno come teatro l’interno della casa, lo spazio domestico subisce una radicale decostruzione. Nella foto seguente la donna non è seduta sulla sedia, come in tante pitture d’interni, ma è sospesa alla cornice di una porta, quasi a voler rappresentare una scena di crocifissione. Il suo volto è nascosto, negandosi all’obiettivo, come nella maggior parte delle foto della Woodman.
Nelle sue composizioni, i luoghi della casa, spazio femminile per eccellenza, vengono disintegrati. I mobili sono sottratti alle loro quotidiane funzioni e asserviti all’espressione non di un ruolo sociale, quella della donna, ma di una condizione esistenziale. In questa foto, ad esempio, la porta e la sedia, come l’intero spazio della camera, sono spogliati della funzione tradizionale che rivestivano nelle rappresentazioni di interni domestici e sono “vissuti” come simboli e luoghi di disagio interiore.

Francesca Woodman - Rome 1977
Francesca Woodman – Rome 1977

La porta qui non è il dispositivo che apre o chiude la vista sugli altri ambienti della casa, ma l’impalcatura di una simbolica crocifissione o di una sospensione che cerca di sottrarre la materia alla forza di gravità, così come in altre foto l’artista cercava di sottrarla ad altre leggi della fisica, perseguendo l’evanescenza o la metamorfosi del corpo.
La sedia che qui vediamo in primo piano potrebbe alludere alle tante scene di pitture del passato (si pensi ai quadri di interni della tradizione fiamminga) ambientate all’interno di una casa, che mostrano una donna seduta, intenta a cucire o a svolgere una qualsiasi occupazione domestica. Nella foto è rimasta vuota (c’è solo un panno appoggiato, forse un’attività di cucito rabbiosamente abbandonata), a testimoniare un rovesciamento del campo semantico di riferimento.
Questa immagine ha la leggerezza di un angelo, sospeso tra cielo e terra, e la brutalità dissacratoria di un corpo di donna crocifisso, un corpo però la cui identità resta negata. Il risultato finale è un disorientamento dello sguardo che a malapena riesce a reggere una vista che così radicalmente mette in crisi ciò che è rappresentabile. Si è voluto dare alla mostra di Stoccolma il titolo “Come diventare un angelo”, forse con un sottinteso riferimento al suicidio dell’artista, ma se in queste foto l’angelo c’è, non è quello che si lancia da una finestra per cercare il volo, ma è un angelo dotato di un corpo tragico, fatto di materia che soggiace alla forza di gravità e subisce il logorio inesorabile del tempo.

L’immagine successiva fa parte di una serie di fotografie di Francesca Woodman che utilizzano gli ambienti di una casa in rovina e i suoi resti di infissi e arredamenti come oggetti di scena, realizzata a Providence nel 1976 e che rappresenta un viaggio di personale auto-esplorazione. L’artista ha attentamente bilanciato una porta in bilico tra la parete e il pavimento, attraverso la stanza, e ne ha fatto una sorta di paravento dietro cui il proprio corpo cerca di nascondersi, creando un senso inquietante di instabilità e di claustrofobia. L’accostamento è certamente surreale, perché, come la maggior parte delle foto della Woodman, l’immagine contraddice il senso comune e lo destruttura. Ancora una volta gli ambienti e gli oggetti della casa vengono “liberati” del significato e della funzione abituali e reinterpretati come elementi di scena all’interno di una personale rappresentazione del proprio io. Soggetto e messa in scena di questa fotografia creano uno shock estetico tipico del Surrealismo. La collocazione e l’accostamento spaziale “impropri” dei due elementi (porta e corpo) destabilizzano la relazione usuale che normalmente regola il funzionamento e la funzione di una porta, per farne strumento di nascondimento. Anche dietro una porta regolarmente incardinata ci si può nascondere, per non farsi trovare o per cogliere una situazione senza essere visti. Il celarsi del corpo dietro la porta in questa foto, invece, è qualcosa di più: è un volersi confondere con gli elementi della casa, la ricerca di un rapporto di intimità profonda con essi, di una “mimesi” radicale.

Francesca Woodman - Porta
Francesca Woodman – Porta

C’è una sorprendente coerenza nelle foto della Woodman in questa sua manipolazione del corpo, nel suo desiderio di mostrarne la consistenza materica come corpo tra i corpi e nello stesso tempo nella volontà di sottrarlo alle leggi che regolano la materia e nel volerlo rendere invisibile, evanescente, mimetizzato con l’ambiente. Il vissuto alla base di questa mimesi è la volontà di superare la opposizione corpo-spazio, una polarità che nelle foto della Woodman si risolve come tensione drammatica: lo spazio si fa corpo e il corpo si dissolve o si assorbe nello spazio, per ricreare un’unità ancestrale perduta.

Francesca Woodman From Space2, Providence, Rhode Island, 1976
Francesca Woodman From Space2, Providence, Rhode Island, 1976

Il filo conduttore delle fotografie è un’indagine introspettiva, e l’autoritratto è il mezzo con cui riprendere se stessa per cogliersi, per definire la propria identità, anche se quella identità si dà solo come dissolvenza, come negazione, nascondimento o mutilazione. Nella maggior parte delle sue fotografie, l’artista ritrae il suo corpo celandolo alla vista, in particolar modo il volto è nascosto dai capelli, dal taglio dell’inquadratura, dalla posa, da una sfocatura, dal movimento. La Woodman fotografa se stessa nell’atto del proprio “sfuggire” all’obiettivo. Si sottrae nel momento stesso in cui si rappresenta, coglie la propria identità come auto-negazione.
In questi autoritratti la coincidenza tra soggetto creatore e oggetto plasmato, tra colei che fotografa e colei che è fotografata crea una sorta di cortocircuito, una tensione psicologica tra chi nell’atto di rappresentare cerca di imporre uno schema precostituito e ordinato e chi invece, essendo l’oggetto rappresentato, cerca di nascondersi e di sfuggire a ogni schema e di affermare la propria libertà.

Francesca Woodman, House #4 1976.
Francesca Woodman, House #4 1976.

Se nelle altre foto la morte rimaneva un’allusione, una metafora latente (de-formazione del corpo, evanescenza, assorbimento nell’ambiente, mimesi), nella foto seguente invece trova una rappresentazione compiuta e diretta. In questa foto Francesca Woodman mette in scena la propria morte (o comunque del personaggio, interpretato da lei stessa, che è il protagonista della maggior parte delle sue foto). Il proprio corpo giace riverso sulla sabbia in riva al mare, accanto a lei due galle (fiore che compare in altre sue foto, tradizionalmente simbolo di purezza). In piedi incombe un personaggio vestito di nero con il viso coperto da uno specchio che riflette il volto della Woodman stessa.
Chi è il personaggio vestito di nero? È la raffigurazione della morte? Se così fosse, perché ha per volto uno specchio in cui si riflette quello di colei a cui ha appena preso la vita?

Francesca Woodman - New York 1979
Francesca Woodman – New York 1979

Alla luce dei tragici avvenimenti legati alla sua fine, è fin troppo facile dare dell’opera di Francesca Woodman una lettura tanatologica. Non lo faremo qui. L’opera di Francesca Woodman è molto più della sua vicenda esistenziale, è molto più della sua morte. Non si può non riconoscere la serietà e la grandezza delle sue ricerche estetiche e formali e la profondità della sua consapevolezza culturale e fotografica. Ella ha arricchito la fotografia tradizionale, soprattutto quella americana, che era oggettiva documentazione della realtà del quotidiano, con la complessità del suo mondo interiore, del suo sprofondamento interno, con la sua intima ricerca di identità.
Guardando però le sue foto, in cui la rappresentazione di se stessa continua fino alla fine, viene da pensare che quella interminabile ricerca di identità nello specchio della fotografia, a lungo andare è stata fatale. Negli anni la Francesca Woodman delle foto, quella che veniva “messa in scena”, aveva preso le sembianze di un doppio ingombrante, un altro sé che ha finito per fagocitare o assorbire (metaforicamente) l’originale.
Ma questa è solo una riflessione senza nessuna pretesa, di chi vuole dare un senso all’imponderabile, al mistero atroce e inaccessibile che sta dentro il suicidio di una ragazza di 23 anni.
Di sicuro possiamo solo affermare che queste foto sono anch’esse testimoni di un cambiamento epocale, caratterizzato dall’uscita di scena degli anni della contestazione con le sue spinte al rinnovamento, dalla crisi degli ideali libertari e dissidenti della generazione precedente e l’emergere di inquietudini nuove, intimi malesseri legati al disagio dell’individuo, al suo problematico rapporto con la propria identità e col mondo in cui è immerso.

Chiudiamo questo articolo con le parole di Francesca Woodman, che forse meglio di tutte ci danno una chiave per addentrarci nel mistero della sua arte e della sua vicenda personale: «ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate».


GALLERY LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN – PARTE 2


VIDEO LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN – PARTE 2

Guarda i video relativi all’opera di Francesca Woodman.

1) WOMEN IN [ART] – Francesca Woodman 

2) Francesca Woodman – Ritratti interiori tra Providence, Roma e New York


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