ARTE

Le forme universali di Henry Moore

Le forme universali di Henry Moore – Cinquant’anni fa, nel 1972, Forte Belvedere a Firenze omaggiò Henry Moore con una rassegna senza precedenti che riuniva più di 200 opere dell’artista, e che ebbe come conseguenza l’acquisizione da parte di molti collezionisti toscani della maggior parte di quei lavori.

A quel tempo, Henry Moore era ormai considerato uno dei più importanti scultori del XX secolo, anche grazie alle commissioni pubbliche che aveva ricevuto e che lo avevano resto uno dei primi scultori moderni a portare la propria arte nelle piazze.

A distanza di mezzo secolo, il Museo Novecento di Firenze ha riunito in una mostra intitolata Henry Moore, il disegno della scultura circa 70 disegni dell’artista, opere grafiche, opere scultoree e una sezione video.

Il percorso espositivo si dipana in tre livelli, partendo dal piano terra dell’edificio, dove la serie di incisioni Elephant Skull dimostra che, come dice il direttore Risaliti, Henry Moore “si palesa grandissimo disegnatore”.

Al piano superiore si trova la sala in cui viene proiettato un video dedicato alla mostra del 1972 a Forte Belvedere, alcune opere che ben rappresentano il pensiero dell’artista (“Tutta la natura è un’infinita manifestazione di sagome e forme”), tra cui Modello per forma animale (1969-1971), presa a prestito dalla Banca Monte dei Paschi di Siena e già presente nella rassegna del 1972.

L’ultima parte del percorso, Henry Moore in Toscana, documenta con esattezza lo straordinario rapporto che lo scultore ebbe con questa regione.

Questa relazione iniziò a consolidarsi già negli anni ’20, quando Moore si reca in Toscana per studiare le opere di Michelangelo, in quanto, come racconta egli stesso, da piccolo era rimasto profondamente colpito da un aneddoto che aveva raccontato il suo maestro di religione: narrava che il grande Michelangelo stava scolpendo la testa di un vecchio fauno nelle strade di Firenze, quando un passante gli si avvicinò e disse che ai vecchi spesso mancano alcuni denti.

Per tutta risposta, Michelangelo prese lo scalpello e, con un colpo solo, fece saltare due denti al fauno.

Henry Moore rimase colpito da quella storia non per il messaggio morale, ma per il fascino che gli sembrò emanare da quel personaggio. E così decise di diventare uno scultore e che da grande sarebbe andato a vedere di persona le opere del grande maestro Michelangelo.

Il risultato del suo viaggio italiano ( e della sua ammirazione estesa alle opere di Giotto e Masaccio) e probabilmente la sua attrazione per la scultura extra-europea (precolombiana, africana ed egiziana) portò alle sue prime opere, molto tozze e stilizzate, che man mano, con le suggestione del Surrealismo, si faranno sempre più fluide e ispirate al mondo naturale.

Nel frattempo, suggestionato dal Costruttivismo, che si era sviluppato negli anni ’50 con il lavoro dello psicologo statunitense George Kelly, Moore si avvicina all’astrazione delle forme.

Un altro importante step nella sua evoluzione artistica fu la scoperta dei vuoti, ovvero il fatto che le cavità fossero componenti vitali della forma.

Nelle opere in cui il soggetto scolpito è diviso in parti staccate, c’è la ricerca di un nuovo tipo di coesione, di una dinamica del rapporto tra figura e astrazione.

Moore fu un importante esponente della scultura diretta, effettuata senza modelli preparatori o schizzi, e della fedeltà ai materiali; spesso infatti la sua scultura si ispirava a pezzi di legno, conchiglie, scheletri di animali ed altri reperti naturali; amava vedere le sue sculture esposte all’aperto in quanto, a suo avviso, il cambiamento della luce naturale nelle diverse ore e stagioni le rendevano oggetti naturali, un tutt’uno con l’ambiente circostante.

Per tutta la vita, Moore si concentrò in particolar modo su due soggetti: la figura femminile reclinata e la madre con figlio.

Tra le poche figure maschili, sono da menzionare i suoi guerrieri postbellici, scolpiti senza una gamba o un braccio, protesi in un gesto di autodifesa che stava a testimoniare tutto il dolore fisico e psichico che i soldati avevano subito in guerra.

Più tardi, si aggiunge alla figura della madre con figlio anche una figura maschile, in quanto Moore era diventato padre lui stesso.

Nel Gruppo di famiglia del 1948-1949, che gli fu commissionato per una scuola e che ora si trova alla Tate di Londra, Moore ritrae quel sentimento di stabilità di cui tutti sentono la necessità alla fine della guerra: quel padre e quella madre che sorreggono il proprio figlio con le loro braccia sono un inno ai valori fondamentali della vita in un’epoca in cui il mondo aveva la necessità di lasciarsi dietro le spalle gli orrori e gli strazi della guerra.

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Henry Moore in Toscana

Firenze, Museo Novecento,

piazza Santa Maria Novella 10.

Fino al 30 maggio.