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La natura selvaggia nelle opere di Frida Kahlo

La natura selvaggia nelle opere di Frida Kahlo –

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In collaborazione con STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC e con Finestre su Arte, Cinema e Musica.


La natura selvaggia nelle opere di Frida Kahlo

Non parleremo delle opere di Frida Kahlo come pretesto per raccontare la sua biografia e le dolorose vicende che l’hanno caratterizzata. Con questa artista è facile che ciò succeda perché lei stessa ha fatto del suo volto e del suo corpo il soggetto di buona parte della sua opera, che ci scorre sotto gli occhi componendosi come un unico ossessivo autoritratto, oscillante dall’espressione imperturbabile e assente a quella penetrante e avvolgente.
Breton l’accostò al Surrealismo, ma capì subito che l’artista era ben lontana da quello di matrice europea, incarnata com’era Frida Kahlo nella cultura del suo popolo e della sua terra. La vena onirica che traspare nelle sue opere appartiene più che altro a un mondo selvaggio, ancestrale, con lontani richiami a quello di Rousseau il Doganiere, dove la ferocia si tiene armonicamente insieme con il candore della foresta. Anche in Frida coesistono, come ebbe a dichiarare lo stesso Breton, crudeltà e umorismo; la sua arte è una terra purificata dalla sofferenza e ricondotta a quello stato primordiale dove gli opposti coesistono in una impassibile armonia, dove amore e dolore, passione e libertà, legami e ribellione, hanno gli stessi colori.
Sarebbe fin troppo facile scrivere che l’arte di Frida non fu che la sublimazione del suo dolore e la spinta ad andare avanti esorcizzando la morte (la Pelona). Ma se questo è vero, altrettanto vero è che l’arte di Frida, come quella di ogni artista, non si può ridurre alle proprie vicissitudini esistenziali. Se l’autoritratto è il soggetto predominante della sua opera è anche vero che per molto tempo l’immagine del suo corpo fu il solo scampolo di realtà a disposizione del suo sguardo quando, in seguito allo spaventoso incidente avuto a diciotto anni, fu costretta per lungo tempo a giacere immobile in un letto a baldacchino, in cima al quale era stato collocato uno specchio. Immaginate allora un tempo che scorre lento tra solitudine e atroci sofferenze, non potendo sfuggire all’immagine del proprio corpo martoriato e dolente.

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940 - Flickr
Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940 – Flickr

Ma nei suoi quadri c’è molto di più. Troviamo la sensualità delle piante, quasi corpi viventi e voluttuosi, che spesso chiudono lo spazio dietro l’immagine di Frida, creando un intrico lussureggiante e nello stesso tempo soffocante. Ci sono ancora i vestiti delle donne di Tijuana, gli ornamenti che ricordano l’antica civiltà precolombiana e i colori della sua terra messicana. Troviamo inoltre la sua passione e il suo impegno politico e la sua ansia di rinascita culturale. Un’arte piena di fuoco e di contraddizioni quella di Frida Kahlo, di sogni e di nostalgia.
Nei suoi quadri troviamo anche numerose figure di animali, gli stessi che scorrazzavano liberi nel giardino della Casa Azul. In Autoritratto con collana di spine e colibrì ce ne sono diversi: l’adorata scimmietta, compagna di tanta sua solitudine, un gatto nero dall’aria guardinga, un colibrì appeso al collo, due farfalle tra i capelli e dei fiori con ali da libellula che svolazzano sulla sua testa. La simbologia di quest’opera è complessa e realizza un curioso sincretismo tra elementi iconici della tradizione cattolica ed altri di derivazione nativa. In primo luogo l’ampia collana di spine che le penetrano le carni del collo provocandole ferite sanguinanti richiama la corona della passione del Cristo. Il suo volto tuttavia non è sofferente. In nessuna sua opera Frida ha realizzato un autoritratto così frontale (di solito il volto e il corpo sono ripresi a tre quarti), impassibile e fermo come questo. Gli animali neri che incombono alle sue spalle sono spesso interpretati come simboli luttuosi e di infausto presagio. Ma questa interpretazione si ferma alla superficie del rimando simbolico. Gli animali che Frida mette accanto a sé nelle sue tele non sono che il suo alter ego, creature del suo mondo interiore, richiamo alle istintive forze naturali, a un oscuro e primordiale attaccamento alla vita. 

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943 - Pinterest
Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943 – Pinterest

I simboli nelle opere di Frida non sono mai a senso unico: il loro fascino è la loro apertura al conflitto e all’ambivalenza. In Messico, infatti, le scimmie rappresentano sia la morte sia il clown, el vasilon, cioè un simbolo di vitalità e di protezione contro la solitudine. Anche il gatto nero, icona legata alla sventura, è tuttavia l’animale dalle nove vite che cade sempre in piedi e sconfigge la morte. Grazie alla loro presenza Frida si dichiara appartenere a quel mondo ancestrale, selvaggio, istintivo, talmente puro da coniugare insieme crudeltà e innocenza, ferinità e dolcezza, morte e attaccamento alla vita.

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmia, 1940 - Pinterest
Frida Kahlo, Autoritratto con scimmia, 1940 – Pinterest

In Autoritratto con scimmia invece della collana di spine troviamo un lungo nastro rosso che avvolge più volte il suo collo, mentre la scimmietta le cinge le spalle e guarda lontano. Il nastro unisce insieme l’animale e la donna, dando l’idea della scimmia come oscura materializzazione di un destino indissolubile che da sempre tiene stretta Frida.

Questo tema della scimmia unita all’artista da un nastro colorato è presente in altre opere di poco precedenti a questa:

Frida Kahlo, Fulang Chang e io (1937), New York, MoMa Museum of Modern Art - Pinterest
Frida Kahlo, Fulang Chang e io (1937), New York, MoMa Museum of Modern Art – Pinterest

Gli animali raffigurati nei suoi quadri riportano l’artista alla fierezza millenaria della sua gente, discendente del popolo azteco, all’energia arcana e selvaggia che sprigiona da quelle radici. Essi sono gli animali sacri emblemi di un’antica dea pagana rediviva.

Frida Kahlo, Io con i miei pappagalli, 1941 - Flickr
Frida Kahlo, Io con i miei pappagalli, 1941 – Flickr
Frida Kahlo, Self-Portrait With Bonito, 1941 - Flickr
Frida Kahlo, Self-Portrait With Bonito, 1941 – Flickr

In quest’ultima opera, Il cervo ferito, l’identificazione con la bestia è completa. I chiodi che trafiggevano il corpo umano di Frida in La colonna rotta (1944), qui sono diventate le frecce che insanguinano il suo corpo di cervo. Si è compiuta la metamorfosi con l’animale e con la natura: anche i tronchi degli alberi sono sofferenti e i rami spezzati, mentre in mare infuria il temporale. La donna e la bestia si fondono perché si sono riconosciuti appartenenti alla medesima narrazione, che le ha rese da sempre prede vittime di violenza.

Frida Kahlo, Il cervo ferito o Il cerbiatto o Sono un povero cervo, 1946 - Pinterest
Frida Kahlo, Il cervo ferito o Il cerbiatto o Sono un povero cervo, 1946 – Pinterest

Da secoli il mondo femminile e quello animale hanno rappresentato la sfera dell’alterità – oscura, irrazionale – rispetto alla cultura costruita dall’uomo, che ha continuamente emarginato la donna e l’animale nella sfera del pre-umano. Ora, dopo il riconoscimento reciproco, entrambi si ritrovano in una sorta di paradiso perduto di sostanziale parità tra il soggetto animale e quello femminile, liberati dagli antagonismi e dai pregiudizi culturali in un comune riscatto simbolico attuato dal fuoco purificatore della sofferenza e dell’arte


VIDEO La natura selvaggia nelle opere di Frida Kahlo