STORIA

LA DEMOCRAZIA DIRETTA AD ATENE

LA DEMOCRAZIA DIRETTA AD ATENE

MilanoPlatinum Voci antiche

In collaborazione con la pagina Voci Antiche: pagine dal mondo classico.


LA DEMOCRAZIA DIRETTA AD ATENE

Athens - Panorama - Di Nikthestoned (Opera propria - larger version at Flickr) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons
Athens – Panorama – Di Nikthestoned (Opera propria – larger version at Flickr) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons
Ad Atene, sul fianco dell’acropoli, esisteva una terrazza naturale, allargata dagli ateniesi perché potesse ospitare il massimo organismo del loro Stato, l’Ecclesia, cioè la comunità dei cittadini liberi riunita in assemblea. In quel luogo, appena sotto la spianata su cui sorgevano i templi della città, gli ateniesi di qualsiasi condizione sociale, che avessero compiuto diciotto anni e fossero quindi iscritti nei registri del demos, esercitavano il potere deliberativo, congiuntamente con la boule, il consiglio degli anziani. Essi, all’interno di un sistema di democrazia diretta, prendevano decisioni sia di politica interna (gestione delle finanze statali, costruzione e manutenzione delle opere pubbliche, amministrazione dei culti…) sia di politica estera (dichiarazioni di guerra, stipulazione di trattati, invio o accoglienza di ambasciatori…).

Le deliberazioni prese venivano ratificate attraverso “psephismata”, cioè con la procedura di voto tramite sassolino (psefos), che veniva gettato nell’urna. Vi era però anche un’altra forma di votazione, quella della “cheirotonia”, che consisteva nel decidere per alzata di mano ed era prevista, per esempio, per l’elezione dei dieci strateghi e delle magistrature finanziarie.

Le questioni all’ordine del giorno erano presentate sotto forma di “probouleuma”, cioè come proposte redatte dalla boule (ma a volte si trattava di semplici consigli relativi a problemi specifici), cosa che garantiva a quest’ultima una funzione di controllo, senza peraltro che si potesse limitare il dibattito all’interno dell’ecclesia e quindi la possibilità di proporre eventuali emendamenti.

Tutti potevano parlare durante le sedute e questa importante facoltà era annunciata all’inizio di ogni giornata dall’araldo, con la formula fissa “chi vuole parlare”. Tutti i cittadini, dai più illustri come Demostene ai più oscuri, avevano libertà di parola (parrhesia), ma in qualità di oratori e quindi di latori di una proposta dovevano ricordare che questa non poteva essere contraria alle leggi vigenti nello Stato, pena l’accusa di illegalità (grafe paranomon), che si traduceva in processo e in una conseguente sentenza che poteva andare dall’ammenda alla morte.

Demosthenes orator - Louvre - Sting [CC BY-SA 2.5], attraverso Wikimedia Commons
Demosthenes orator – Louvre – Sting [CC BY-SA 2.5], attraverso Wikimedia Commons
Una volta che la questione era stata ratificata, essa veniva scritta in forma epigrafica. Le epigrafi contenenti i decreti avevano sempre la stessa struttura: un’introduzione, in cui erano elencate le magistrature in carica al momento della decisione; la mozione con la formula “fu deciso dalla boule e dal popolo” e il nome del proponente; gli emendamenti, anche questi segnalati con il nome di chi li aveva proposti. A queste informazioni si aggiungevano anche i modi e i tempi dell’esecuzione della delibera, lo strumento della pubblicazione (l’epigrafe stessa) e il luogo; infine le spese che dovevano essere sostenute.

Athenian decree - By Future Perfect at Sunrise (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons
Athenian decree – By Future Perfect at Sunrise (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons
Tra le deliberazioni più note prese dall’assemblea dei cittadini, che in questo caso si riuniva nell’agorà e non sulle pendici dell’acropoli, vi era quella dell’ostracismo, procedimento introdotto per il timore che una nuova tirannide, dopo quella di Pisistrato, potesse riprendere il potere ad Atene. Così, se sembrava che qualcuno aspirasse a diventare tiranno (non era necessario provarlo, bastava il semplice sospetto), i cittadini, riuniti in numero non inferiore a 6000 e sotto la presidenza della boule, potevano stabilire di esiliarlo scrivendo il suo nome su cocci di vasi (ostraka), che poi venivano consegnati capovolti agli scrutatori (si trattava dunque di uno scrutinio segreto). Colui che veniva ostracizzato – va ricordato – non perdeva la cittadinanza e nemmeno i propri beni, ma veniva allontanato per dieci anni, al termine dei quali poteva rientrare ad Atene, godendo dei diritti che prima dell’esilio aveva avuto.

Perikles ostracon - Di Future Perfect at Sunrise (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Perikles ostracon – Di Future Perfect at Sunrise (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Un’ultima considerazione sulla possibilità di tutti i cittadini di partecipare ai dibattiti e alle decisioni: per favorirla, dato che i lavoratori più umili, contadini e piccoli artigiani, perdevano, se presenti in assemblea, un’intera giornata di lavoro, era previsto un compenso, una sorta di gettone di presenza, corrispondente a una giornata di lavoro (ai tempi di Pericle era di due oboli; nel secolo successivo, ai tempi di Aristotele, era di una dracma e mezza).


PER APPROFONDIRE

  • Aristotele, La Costituzione degli Ateniesi, Oscar Mondadori (traduzione di Giuseppe Lozza)

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