ARTE

I nudi arcadici di Marino Marini

I nudi arcadici di Marino Marini –  Il Center for Italian Modern art – CIMA – di New York presenta per la prima volta una mostra dedicata ai nudi di Marino Marini, dal titolo Arcadian Nudes.

Realizzate tra il 1932 e il 1949, queste trenta opere offrono una panoramica completa dell’artista, spaziando da opere monumentali a bassorilievi o statuine di terracotta.

La mostra è curata da Flavio Fergoni, della Scuola Superiore Normale di Pisa, e nasce grazie ai generosi prestiti della Fondazione Marino Marini di Pistoia, del MOMA di New York e dell’Hirschhorn Museum and sculpture garden di Washington.

Il collante di questa mostra è il periodo di esecuzione delle opere, tra il 1932 e il 1949, periodo in cui l’ Europa era attraversata da una generale perdita di fiducia nei modelli classici, crisi questa che si intensificherà con lo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale e con le incertezze del periodo post-bellico.

Ciononostante, Marino Marini continua a trovare ispirazione nei classici modelli di nudi femminili, trasformandoli però in figure di forte espressività, carnalità e vitalità, che riescono però a sfiorare l’astrazione grazie allo studio preciso della plasticità delle forme.

Il tutto è mutuato dalla ricerca architettonica che Marino Marini dice di aver inseguito in ogni sua opera, “così come il grande Michelangelo”, e che lo ha portato, dopo i primi anni dedicati alla pittura, a spostare i suoi interessi sulla scultura nel 1922.

La mostra del CIMA approfondisce questi aspetti, esponendo opere come la Pomona del 1941 o la Danzatrice del 1949, al cui fianco si trovano serie di statuette bronzee create dall’artista quando era a Tenero (in Svizzera) negli ultimi anni della guerra.

È interessante che il curatore abbia voluto arricchire l’esposizione con opere di Alberto Giacometti Willem de Kooning, artisti con cui Marini condivide una nuova modalità di capire e gestire il nudo femminile (basti pensare a Woman I, di Willem de Kooning, che dà il via a una serie di dipinti in cui la donna deformata emerge da uno sfondo astratto).

Come è noto, i nudi femminili di Marini si ispirano a Pomona, la dea etrusca della fertilità (a chi gli chiedesse come mai si ispirasse agli etruschi, Marini rispondeva “io sono etrusco“), che nei primi anni di produzione da pittore, rappresenta Madre Natura, simbolo di un mondo agreste armonico e naturale.

Riprese nel 1935, le Pomone diventano donne dalla sensualità spontanea, priva di peccato, grazie alla quale Marini indaga la forma curva in ogni sua possibilità.

In quegli stessi anni, Marini approfondisce l’incontro con gli altri protagonisti del suo racconto esistenziale: i Cavalieri che, accompagnati dal loro cavallo, gli rendono possibile quella spasmodica ricerca architettonica che ha sempre perseguito, con l’incontro di volumi orizzontali e volumi verticali, che negli anni verranno declinati in modo sempre diverso e che sono, per Marini, l’incontro tra il momento poetico e quello realistico che si traduce nell’espressione della creatività.

Il Cavaliere accompagna assiduamente il cambiamento della visione del mondo dell’artista, fino ad arrivare al 1947, anno in cui Marini realizza una serie di gruppi equestri in cui quel momento poetico che aveva incontrato da bambino quando guardava statue equestri al centro delle piazze, si trasforma in una prova di forza tragica e distruttiva che ben trasmette quell’inquietudine generale che permea tutta l’arte di quel periodo.

Ed ecco, allora, che la relazione tra cavallo e cavaliere diventa instabile, l’architettura diventa rigida, le forme più stilizzate, c’è un’energia vibrante che passa dal cavallo al cavaliere e che sembra contagiare tutti gli spazi intorno.

L’esempio meglio riuscito è Angelo della città (1949), acquistato da Peggy Guggenheim ed esposto nel giardino di palazzo Venier dei Leoni a Dorsoduro, sul Canal Grande, dove è ancora oggi.

Le capacità pittoriche di Marini, primo esperimento dell’età giovanile, non sono affievolite dal suo interesse per la scultura, che infatti alcune volte viene dipinta per proseguire quella ricerca del colore che era iniziata nei primi anni e che culmina nei ritratti, dove Marini esercita quell’abilità che lui chiama ultra-osservazione, ovvero la capacità di osservare un personaggio e riuscire a catturare, più che l’espressione o il carattere, quella dote che lui chiama poesia interiore, e che ogni volto conserva racchiusa in una piega, in un tratto, in uno sguardo.

I suoi ritratti tendono a semplificare, a mettere in luce poche linee salienti che si traducono nell'”unicità” della persona ritratta.

L’arte di Marini si incontra spesso con il mondo del circo, da cui lui era attratto in modo particolare, perché racchiudeva, secondo lui, in uno scenario scintillante e sfavillante, la metafora dell’uomo perennemente in bilico.

Molte di queste opere si possono ammirare nel Museo Marino Marini di Firenze, nato per volontà della moglie, con cui l’artista ebbe un legame così profondo da volerla “ribattezzare” Marina.

Un altro museo a lui intitolato si trova a Pistoia, sua città natale, ma le sue opere sono sparse in giro per il mondo, acquistate da istituzioni museali prestigiose, fino in Giappone, dove si trova la copia in legno policromo dell’ Angelo della città.

Da ognuna di queste opere sembra sprigionare il messaggio di Marini:

C’è una sola cosa che sta insieme, il complesso delle cose, quello che hai assorbito attraverso l’umanità: tu guarda lì.

 

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Marino Marini, Arcadian Nudes

New York, Center for Italian Modern Art (CIMA)

(www.italianmodernart.org)

Dal 18 ottobre 2019 al 13 giugno 2020