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Gianni Fontana: creativo osservatore, alla ricerca dello stile perfetto

Gianni Fontana: creativo osservatore, alla ricerca dello stile perfetto – Architetto, appassionato di moda, arte e design, esperto di marketing e comunicazione: Gianni Fontana racconta il suo modo di interpretare stile ed eleganza a Milano Platinum.

Fontana 1961 e Belloveso Milano, si può dichiarare “figlio d’arte”. È nata stando in famiglia la passione per la moda?

Sicuramente c’è una tradizione familiare: nonna, nonno, mamma… Insomma, sono cresciuto in una famiglia dove macchina da cucire, forbici e ago e filo erano sempre presenti, e hanno certamente contaminato la mia infanzia; da piccolo, parte del gioco, tornato da scuola, era passare a macchina un pezzo di jeans ritagliato. Per me era quasi più divertente che giocare a pallone.

Tuttavia, la maggior parte della mia carriera, sia accademica che professionale, nella sua prima fase si è concentrata su un percorso più canonico; la mia famiglia voleva che il loro figlio fosse dottore, ingegnere, avvocato, mentre io avrei preferito fare il cuoco o il sarto, cosa che non era prevista nelle logiche familiari. Quindi gran parte della mia vita professionale l’ho dedicata a studiare e a cercare di avvicinarmi il più possibile a un mondo creativo; ho frequentato architettura al Politecnico, ma poi il mio percorso si è svolto, nella prima fase, nell’ambito della comunicazione visiva e pubblicitaria; nella seconda fase, invece, in azienda, arrivando a essere direttore marketing di una multinazionale, per poi tornare un po’ alle origini, e quindi fare consulenze su marketing e comunicazione, e avvicinarmi il più possibile a quel mondo che chiamerei lifestyle, in quanto non più legato alla moda: possiamo parlare quindi di arte e design, con quel gusto che contraddistingue la vita di noi italiani e che il mondo ci invidia.

The Style Buff, com’è nato?

The Style Buff è nato un po’ per caso, forse 5 o 6 anni fa. All’epoca stavo cercando di studiare le nuove piattaforme; non c’era ancora stato il boom di Facebook e dei nuovi social media più contemporanei, i blogger erano già nati, ma ancora non avevano ottenuto quella forza e importanza che hanno oggi. All’epoca c’era Tumblr, per raccogliere, in maniera più iconografica che testuale, ispirazioni, mood e quant’altro. Così creai il mio blog su Tumblr, dandogli un nome “americano”, perché intendevo raggiungere un pubblico internazionale; volevo che l’italianità fosse vista da fuori, più che da dentro. Il Buff è quella stoffa di canvas beige che è usata nella giacca dei pompieri, e nello slang indica una persona che quando c’è un incendio si avvicina per osservare quello che succede. Quindi è l’osservatore, un po’ come il nostro pensionato che osserva i lavori stradali. In Italiano potremmo tradurlo come “L’osservatorio dello stile”, chi guarda con una prospettiva un po’ più distaccata quanto succede nel mondo dello stile. Oggi è seguito da circa 20.000 iscritti, anche se Tumblr è un po’ al di fuori delle logiche degli altri social media, come Facebook o Instagram. A questo blog su Tumblr ne ho affiancato uno online, un po’ più editoriale e magazine rispetto al primo, forse più iconografico e visivo.

Usa sempre molti accessori negli outfit che propone: quale non deve mai mancare?

Gli accessori rappresentano quasi il 50% dell’outfit, perché hanno una connotazione di variabilità molto più serrata: si potrebbe avere un guardaroba finito, ma infinito di accessori. La composizione dell’outfit, che è fatta dalla moltiplicazione di ogni oggetto che utilizzo, mi consente di avere più variabili e quindi di avere un outfit che cambia solo per il fatto di avere una pochette o un paio di calze, un orologio, una catena, un anello, una sciarpa, un occhiale, un cappello. È un’amplificazione e moltiplicazione dello stile, e non deve mai mancare. Non credo ce ne sia uno in particolare che non debba mai mancare, però nella mia concezione di un uomo di una certa eleganza, il fazzoletto in tasca, anche se non si vede, non deve mancare. L’orologio, l’anello, la cintura, cravatta e pochette per me sono importanti. Spazio libero agli accessori, ma senza eccessi ed esagerazione. Non credo negli abbinamenti forzati, ma credo che l’eleganza sia nel “poco”.

Quali sono le caratteristiche per identificare l’eleganza in un uomo?

Potremmo parlarne per ore, in quanto eleganza significa classe, stile, buon gusto e ben vestire, come le mille sfumature della lingua italiana. Eleganza non sempre vuol dire stile. L’eleganza in generale è un’etichetta, quindi se vado a un vernissage dove è previsto un dress code “black tie” devo indossare lo smoking, in un’altra circostanza dove il contesto mi obbliga ad adeguarmi a uno stile e a un’etichetta mi vesto di conseguenza. Lo stile è un’altra cosa: non è una questione di soldi, di qualità di quello che indosso ma una questione di personalità, di portamento, e sicuramente di bagaglio culturale: chi non ha cultura difficilmente può avere stile. Non sto parlando di cultura accademica, può anche essere una cultura di strada, però chi non ha dentro di sé una chiarezza, una visione, una identità, un carattere difficilmente riesce a esprimersi. Possiamo immaginare un’icona come James Dean, che aveva uno stile non legato all’eleganza nella sua formalità, ma aveva uno stile di vita che raccoglieva molti consensi. Contrariamente a quanti dicono che ognuno ha un suo stile, per me lo stile è unico: o lo si ha o non lo si ha. Si può avere uno stile che ha una certa identità classica o rustica, popolare, da strada (nel senso di denim e casual), ma lo stile è unico. Basta vedere un attore come Robert Redford, che ha interpretato diversi personaggi, ma lo stile era suo: trasportava la sua personalità e il suo stile nel personaggio interpretato. Noi italiani siamo fortunati, perché la maggior parte di noi ha stile. All’estero faccio spesso lectures, e mi chiedono come si fa ad avere stile; io rispondo di andare a vedere mostre, leggere libri, ascoltare musica, visitare posti nuovi, fare ogni giorno qualcosa che non si è mai fatto: questo è lo stile. Nella fascia di età che va dai 12 anni per la donna e dai 14 per l’uomo, fino ai 16/18 anni è la sottocultura giovanile che indirizza lo stile, ma più che stili sono etichette; il giovane, che emerge dall’adolescenza, deve trovare una sua connotazione, anche in rottura con il passato e quindi con i genitori e le regole, deve trovare una sua nuova connotazione, ma è comunque un raggruppamento, un senso di appartenenza. Con l’età, non si ha più bisogno di identificarsi con una sottocultura e non si ha più bisogno di essere vittima del senso di appartenenza, anzi è la distinzione che entra in gioco.

Chi sono le sue icone di stile?

Non sono un assolutista, quindi non prendo posizione e non scelgo un idolo unico; per esempio, ascolto tutta la musica, dal jazz alla techno. Se devo pensare a ciò che è più vicino alla mia personalità cerco di andare verso una musica di contenuto. Anche nello stile, sono circondato da persone che conosco e frequento e che ritengo abbiano un certo stile. Guardando al passato, penso a Marcello Mastroianni, a Gianni Agnelli, mentre all’estero James Dean, Robert Redford, gli attori che hanno interpretato James Bond, quegli attori che ci hanno fatto sognare. Però lo stile puro per me è legato alla persona. A queste icone di stile sono legati pezzi iconici dell’abbigliamento: il Barbour, il Macintosh, il Burberry, il chiodo, lo smoking, lo smanicato El Charro. I pezzi iconici sono in genere di origine anglosassone, mentre in Italia invece non esistono, per vari motivi; forse perché il pezzo iconico ha spesso origine militare, quindi funzione invece di forma; noi tutto sommato le guerre le abbiamo perse tutte, quindi riportare in auge elementi militari di epoche passate non era forse il massimo. Pur non avendo dei pezzi cui attaccarsi, noi Italiani abbiamo una maggiore versatilità e flessibilità, più dinamica ed esuberante, creativamente più frizzante, che ci consente di cambiare, stile, gusto, mood a ogni stagione.

Italia, ma anche altri Paesi: il mito della moda italiana sta per essere prevaricato da altri giovani designer stranieri?

È un ragionamento che può essere visto da due lati. Da una parte il mito della moda italiana secondo me è legato più che ai designer (che certamente hanno avuto la loro importanza) al fatto che in Italia è uno dei pochi Paesi, ancora più della Francia, dove è presente la totale filiera manifatturiera e produttiva: in Italia si può trovare dal filo alla pailette, dal bottone a un certo tipo di cucitura, di seta pura o di decorazione del tessuto. La sapienza delle nostre sartorie e dei nostri laboratori c’è ancora. Mi spiace che il Paese non si focalizzi sul mantenere questa cosa, agevolando i giovani a studiare e ad avvicinarsi a questo tipo di cultura. Anche se nel mondo la tendenza dei “makers”, degli artigiani, è un fenomeno che negli ultimi anni è venuto alla luce, con attività di laboratorio che i giovani stanno tornando a fare. Per quanto riguarda i designer, l’Italia, dopo la Francia, è stata la prima ad avere le settimane della moda. Le prime sfilate sono state quelle fiorentine, passando poi a Milano. Oggi certamente la globalizzazione ha agevolato altri Paesi, ma anche la formazione. Una volta si studiava in Italia o in Francia, oggi ci sono scuole di moda anche in Inghilterra, Olanda o in altri Paesi. Quindi abbiamo stilisti americani, inglesi o asiatici, ma questo secondo me non è un male. L’importante è che l’Italia riesca a mantenere il bacino, questo asse dove tutto continua a gravitare. Credo inoltre che la prossima generazione sarà asiatica: i giovani coreani e giapponesi hanno una grande capacità di osare e di dare molti stimoli creativi.

Consulenza, insegnamento e progettazione: sono tre aspetti principali del suo lavoro. Come fa a conciliare tutti questi impegni?

Quando si parla di qualcosa che è molto vicino all’uso ergonomico, cioè all’uso della persona, un dispositivo e ancor di più un capo di abbigliamento, il suo rapporto stretto con la fisicità necessita di una conoscenza profonda. Per me sapere come si cuce una borsa, come si taglia una cravatta, come si tratta un certo tessuto, insomma le lavorazioni del laboratorio, mi hanno sempre affascinato: mio zio faceva borse, mia mamma e mia zia le cravatte. C’era questa materia bidimensionale che nella sua evoluzione diventava tridimensionale grazie a tagli sapienti. Il come si progetta e il come si fa mi hanno sempre affascinato. Oggi la mia attività professionale è prettamente di consulenza, perché la maggior parte della mia giornata si svolge in agenzia, a occuparmi dell’attività di comunicazione promozionale per i clienti ai quali fornisco servizi. L’insegnamento mi è sempre piaciuto, mio padre infatti faceva l’insegnante in maniera alternativa alla sartoria; avere il contatto con i giovani per me è fondamentale, come arricchimento, perché loro sicuramente hanno bisogno di essere guidati ma non stimolati. Quando sono all’estero mi piace molto tenere lectures o collaborare con varie università , vedere anche quanto sono fortunato a essere italiano e vedere queste platee letteralmente pendere dalle mie labbra. Sfortunatamente non faccio molta progettazione; mi obbligo ad “autocommissionarmi” progetti e inventare qualcosa di nuovo. Per esempio, mi piace molto la calzatura, da indossare e da lavorare; ho svolto diverse collaborazioni, dove, pur non definendomi designer (perché non lo sono), riesco a mediare il senso estetico e la conoscenza produttiva. Tendenzialmente il mio focus è sul maschile, perché il mondo femminile è talmente vasto e complesso nel quale io non riesco a esprimermi. La giornata è troppo breve per poter fare tutto, ma si cerca comunque di fare tutto. L’importante è essere convinti che quello che si fa è qualcosa di piacevole e non imposto.

Quali sono le prospettive future?

Ho mille prospettive e al tempo stesso nessuna. Il mio lavoro mi piace, mi soddisfa e in questo mondo pur con una connotazione più neutrale o mentale, come la consulenza strategica di marketing, mi piacerebbe nel futuro dedicare più tempo alla progettazione e a lavorare su più pezzi. Adesso sto dando continuità alle origini della mia famiglia portando avanti il discorso delle cravatte e della seta, ma mi piacerebbe “sconfinare” nei capi d’abbigliamento. Non mi pongo limiti, insomma. Non nascondo che da un po’ di tempo sto già facendo qualche ragionamento, lavorando su qualche capo d’abbigliamento; però sto cercando di dare ad alcuni capi (come il giubbino, o comunque elementi multifunzione o quotidiani), con una interpretazione forma-funzione studiata con materiali moderni ma con elementi presi dalla tradizione. Cercare di lavorare sul dettaglio sartoriale, per creare un capo che possa essere multiutility, di grande valore ma semplice; non qualcosa di appariscente, ma un capo ben fatto da portare tutti i giorni.

GALLERY Gianni Fontana: creativo osservatore, alla ricerca dello stile perfetto

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Crediti fotografici ChillaxingROAD