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Giampaolo Alliata, classe ed eleganza

Giampaolo Alliata, classe ed eleganza – Immersi nel variopinto mondo di Al Bazar, circondati da giacche, pullover e pantaloni di pregiata fattura, abbiamo avuto il piacere di incontrare Giampaolo Alliata, sales manager della celebre boutique milanese. Modello di eleganza, garbo e buon gusto, Giampaolo è un esempio di stile per le nuove generazioni.

 Chi è Giampaolo Alliata?

Io sono cresciuto nel mondo degli “stracci”: mio papà faceva il rappresentante per Kiton, Isaia e altre aziende rinomate. Mia mamma lavorava invece in un negozio di abbigliamento. Insomma sono cresciuto veramente in mezzo ai tessuti. Finché, a 15 anni, decisi di seguire le orme di mio padre, che vedevo già come un’icona di stile. Lo chiamavano tutti “il principe”, perché era molto educato, molto elegante… Mollai gli studi e, grazie proprio a mio padre, ebbi l’opportunità di andare negli Stati Uniti, a Miami, per lavorare in un negozio di abbigliamento che si chiama Galliani, e che trattava esclusivamente abbigliamento made in Italy. Passai lì un anno. Tornato in Italia, iniziai a gestire in autonomia i miei primi clienti, alcune piccole aziende.

Nello stesso periodo mio padre si era focalizzato su Isaia: il titolare dell’azienda, Enrico Isaia, mi chiese di accompagnarlo nei suoi viaggi, durante i quali mi insegnò a riconoscere e scegliere i tessuti. Al tempo stesso, siccome avevo dei tempi morti, ebbi l’occasione di fare anche il buyer per un negozio di Livigno, che trattava sia marchi come Armani e Dolce&Gabbana, sia cose molto sportive, e mi ha dato l’opportunità di ampliare un po’ la mia visione della moda. In seguito girai un po’ tutti gli Stati Uniti facendo trunk show (eventi rivolti ai propri clienti, con presentazioni in esclusiva delle nuove collezioni) con i sarti di Isaia, e non solo. In Giappone conobbi personaggi come Kamoshita, Nakamura, e altre icone di stile. Nel 2003 Lino Ieluzzi, proprietario di Al Bazar e mio cliente da quando avevo 16 anni, mi chiese se volessi lavorare per lui, e sono ormai dodici anni che lavoro per questo negozio.

Come è nata la passione per lo stile e l’abbigliamento da uomo?

 Sono cresciuto in mezzo all’abbigliamento, e poi la passione è cresciuta, si è arricchita girando il mondo, viaggiando. Adesso sono dodici anni che sono fermo, al negozio di Al Bazar, ma ho la fortuna di avere tantissimi clienti esterni, che mi tengono in contatto con le realtà estere.

Ha visto il mondo dell’abbigliamento maschile in USA, Giappone e Europa, come descriverebbe questi tre mercati e che differenze ci sono tra un mercato e l’altro?

Partendo dal Giappone, bisogna dire che hanno vissuto per secoli indossando il kimono. I giapponesi, però, hanno capito subito e velocemente il modo di cambiare. Furono inizialmente molto influenzati dal mercato americano, soprattutto dopo l’occupazione nel secondo dopoguerra. Dopo i primi anni capirono però che l’Italia poteva far loro fare un salto di qualità nel campo dell’abbigliamento. In negozio vedo ormai tantissimi giapponesi, vestiti, bisogna dirlo, talvolta anche molto meglio di certi clienti italiani. Parliamo però di gente che viaggia ormai da diversi anni, che ha recepito la cultura dell’abbigliamento, mescolando gusto inglese e gusto italiano. Perché purtroppo in Giappone si sente ancora molto il peso della gerarchia, soprattutto sul lavoro. Ho infatti l’occasione di incontrare tantissimi asiatici che vorrebbero osare, ma che per motivi di policy aziendale hanno paura di comprarsi la giacca colorata, perché il superiore potrebbe esserne infastidito.

Gli americani sono invece molto molto affascinati dalla moda. Come i giapponesi sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, e come anche i coreani, che sono entrati da pochi anni sul mercato dell’abbigliamento, ma che stanno “correndo forte”. Pur avendo come target finale l’Italia, si ispirano ancora molto al gusto dei vicini giapponesi. Però è ancora presto per fare previsioni: i mercati sono un po’ fermi ovunque, e la crisi è di portata mondiale, non interessa solo l’Italia.

Qual è stata la sua icona di stile, il suo modello da seguire?

 La mia prima icona di stile è stato sicuramente mio padre. Lui era un amante del cinema, mi portava spesso al cinema a vedere anche film in bianco e nero, con attori come Cary Grant e Vittorio De Sica. Forse volendo, forse non volendo, mi ha avvicinato anche a quel tipo di eleganza, a quel tipo di icone. Ancora adesso leggo libri e guardo film ambientati negli anni ‘50 e ‘60, popolati da personaggi che sono ancora oggi dei miti, come Cary Grant, Mastroianni, Fred Astaire: avevano una scioltezza nel vestire, una classe e un’eleganza innate, difficili da imparare, da imitare. Quindi i modelli da seguire cambiano. Oltre a mio padre, fondamentali sono stati il signor Enrico Isaia, che mi ha insegnato a cercare i tessuti e riconoscerne la qualità per poi trasformarli in abiti, e infine Lino Ieluzzi, perché mi ha fatto fare un salto verso il colore.

La sua definizione di eleganza?

Purtroppo il gusto è qualcosa che si ha dentro, alcuni hanno la fortuna di apprenderlo, ma in ogni caso non si può insegnare. Al più un abbinamento, un accostamento cromatico, ma è il portamento che fa la differenza. Anche perché l’eleganza secondo me non è una questione di stili. Gli stili sono diversi, lo stile punk, lo stile grunge, lo stile fashion, mentre l’eleganza è qualcosa di molto legato all’educazione. È un valore che si trasmette da padre a figlio, nell’abbigliamento ma anche nel modo di comportarsi. Eleganza è anche saper trattare con le persone in un certo modo, cercando sempre di essere umili e mai parlando da un podio pensando di sapere tutto. La ricerca, la curiosità, la voglia di imparare ci deve essere: anche quello secondo me è parte dell’eleganza. Anche nel trattare con le donne. È troppo facile aprire la portiera a una ragazza perché vuoi apparire: ci vuole costanza, non è che dopo due anni te ne freghi, sali su una macchina mentre lei è piena di pacchi e pacchetti. Purtroppo ne vedo un sacco di gente così. Io ho avuto la fortuna di avere un padre che è stato per me un’ispirazione.

Probabilmente si tratta anche di un cambiamento generazionale.

Sì, anche se noto che qualcosa, per fortuna, sta cambiando. Sicuramente non è per merito dei miei coetanei, sebbene io abbia cercato di trasmettere alle mie figlie i miei valori. I giovani oggi hanno una pecca, e devo dare forse un po’ la colpa alla mia generazione che non ha saputo impostare, come ha fatto mio padre, certi valori. Quello che stiamo vivendo, quello che abbiamo intorno, le ruberie, hanno fatto crescere una rabbia giovanile che, se una volta si sfogava andando in piazza, oggi si sfoga rinchiudendosi. Il fatto stesso dei social, dei telefonini, hanno in molti casi spinto le persone non ad aprirsi, ma a chiudersi. I rapporti sono sempre più veloci, e manca quella percezione della distanza e quell’attesa che ti aiutava a dare valore agli affetti, con il rischio che tutto venga banalizzato. Anch’io sono su Instagram e ho dei followers, anche se non tantissimi. Non nego comunque che mi fa piacere, perché sono un po’ vanitoso, e, al contrario di molte persone sui social, non cerco di nasconderlo.

 

Puoi seguire Giampaolo Alliata sul profilo instagram: https://instagram.com/giampaolo_alliata/

Di seguito il link al negozio Al Bazar: http://albazarmilano.it


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