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Orselli & Ragonese Duo (@SpazioTeatro89)

Orselli & Ragonese Duo (@SpazioTeatro89) – Buio. La sala si fa silenziosa e a un tratto un sussurro di tromba disegna nell’oscurità il primo caldo colore della serata. È Pepe Ragonese, che, da un lato della platea, introduce un Folco che calca il corridoio centrale fino al palco.
Inizia così questa serata: essenziale, minimale, quasi surreale.
All’orecchio di chi è buon conoscitore della canzone autorale di Orselli può risultare piacevolmente straniante l’arrangiamento “unplugged” di ogni singolo pezzo. Del resto si tratta di un duetto: alla tromba di un particolarmente ispirato Ragonese si accostano alternatamente una sei corde amplificata e un piano a coda dalle note talvolta “picchiate”, talaltra melodiche e delicate.
Questa serata sembra una chiacchierata in confidenza con due amici che vogliono ripercorrere la carriera di un cantautore meneghino, a partire dalle prime note con i “Cani Scossi” del 1997, quando urlava alla luna gli intensi brani de “La stirpe di Caino”
È infatti “Il crogiuolo” ad aprire le danze: Folco pizzica le corde con gentilezza, lasciando spazio alla creatività di Pepe e dando il benvenuto al pubblico insieme alla schiera di personaggi pittoreschi che popola il mondo orselliano. Applausi e via con la nutrita scaletta.
È sempre stimolante conoscere la genesi delle canzoni: scopriamo per esempio che “Avara Mara” nasce sul tavolo di un modesto ristorante milanese che accoglie a qualunque ora chi accusa appetito anche durante le ore piccole. Spettatore involontario di un alterco tra ex innamorati, Folco tratteggia con ironia una storia che non può avere un lieto fine, ma che colpisce con violenza la fantasia del cantautore: Folco infatti annovera nel suo “book” di casi umani gente e figure di ogni classe ed estrazione, abituali frequentatori di piazzale Maciachini e dell’ormai perduto “foyer” della stazione Centrale.
L’amore si affaccia dal palco per farsi rauco protagonista di due brani accattivanti e dall’alto tasso etilico: “L’amore ci soprende” introduce quasi romanticamente un “Blues per lei” rigorosamente in versione blues, che ci racconta con voce roca e quasi “armstrongiana” un episodio notturno accaduto in un locale nei pressi di via Lazzaretto.
Giusto per rimanere in tema di serate trascorse a buttare giù whiskey utilissimo a rovinare volutamente la propria voce, questa volta è Folco a soprenderci (non “l’amore” di prima) con una sentita cover di Tom Waits: “Blue Valentine” echeggia per la sala rorido delle note appena abbozzate di Pepe e intonato da un Orselli in piena forma.
Bene, è il momento di movimentare la serata con un tocco di rock: “Milano Babilonia” ritma la serata con efficacia, giusto il tempo per introdurre a una fase più ponderata, che vede in successione “In caccia di te”, “Macaria” e il grottesco e sorprendentemente surreale “Inno alla follia”.
Si parlava prima di casi umani: certo il protagonista di “Bell’occhio” la fa da padrone stasera. Folco ci tratteggia il profilo di un artista di strada francese che, orgoglioso della palpebra destra cucita, sosteneva che quello fosse il suo occhio più bello, perché, a discapito dell’unico aperto “vivissimo”, era proprio quello capace di scrutare all’interno del prorio io, della propria anima.
E via così a braccetto con gli artisti di strada: “se tutto dovesse andare male, noi ci metteremo in strada con un cappello e potremo pure vantare di avere creato l’inno dell’artista di strada”. L’orgoglio di marciapiede riaffiora prepotente nella lirica di Orselli e probabilmente mai l’abbandonerà.
Siamo quasi alla fine: una toccante “Ballata del Paolone” ci mostra la dura ma dignitosa realtà dei senza tetto e “Senza neanche una lira” ci racconta delle tasche ammaccate di un rovinato frequentatore di bar equivoci di Lorenteggio, abile nello spacciarsi gran signore con entreneuse di provincia e nel “tritare tutto nei night”.
Ci salutiamo con “Paladino”, metafora di due artisti di valore che questa sera hanno alzato bene in alto il vessillo di una canzone cantautorale meneghina che, rara com’è oggi, sorprende chi ancora ha la fortuna di ascoltarla.

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