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DIEGO SPAGNOLI, UNA VITA ALL’INSEGNA DELLO SHOW

DIEGO SPAGNOLI, UNA VITA ALL’INSEGNA DELLO SHOW

Diego Spagnoli vorrebbe essere solo un nome e un cognome in rappresentanza di quel “popolo” che lavora e produce dietro le quinte di qualsiasi spettacolo musicale. Molta gente si chiede chi siano, da dove vengano, come facciano e come abbiano fatto ad essere e diventare ciò che sono questi professionisti”.
Queste le parole che introducono sul suo sito web la descrizione di chi è e cosa fa: un uomo poliedrico dalla creatività esplosiva, un professionista unico che lavora dietro (ma spesso anche davanti) le quinte. In due parole, Diego Spagnoli.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia: la tua esuberanza e la tua passione per lo spettacolo, per l’esibizione esistevano già nel Diego bambino?

Forse fin da bambino no, ma con il trascorrere del tempo sono venute fuori con insistenza per assecondare la sempre più globale esigenza di farsi vedere, di apparire. Considera che da bambino io abitavo in Val Sabbia, nelle valli bresciane, poi a 8 anni anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti in città e la musica per me è stata una sconosciuta fino all’età di 16 anni! Allora ho iniziato a frequentare persone mediamente più grandi di me di 4-5 anni: loro suonavano e io rimanevo incantato a guardarli. Ecco da dove è nata la necessità di farmi vedere, di essere considerato: hanno iniziato a insegnarmi a suonare qualche strumento alla buona e da lì è nato tutto.

Sei una persona a dir poco poliedrica: nella tua vita professionale hai fatto e fai le cose più disparate. Qual è stata la tua formazione?

Mio padre non faceva altro che incoraggiarmi a frequentare una scuola tecnica: io ero naturalmente di avviso contrario. Volevo fare l’Istituto d’Arte, perché ero bravo nel disegno. Il fatto è che eravamo in 4 figli e mio padre mi disse che sarebbe stato impossibile da sostenere economicamente una scuola privata per tutti e quattro. Allora mi indirizzò alla scuola per geometri (per lo meno lì si disegnava qualcosa!). Come dicevamo prima, io sono rimasto folgorato dalla musica a 16 anni, quindi a scuola superiore già iniziata, ed ebbi la fortuna di avere come compagno di scuola un ragazzo di nome Roberto Gatti, che suonava con il gruppo Il fondo; e così iniziai sempre più ad apprezzare la musica vista. Anziché ascoltare qualche suono da una radiolina, vedere dal vivo un concerto offriva emozioni incomparabili. Iniziai a organizzare qualche concerto per qualche gruppo locale: al tempo (avevo 18-20 anni) non c’era nulla che anche solo si avvicinasse alla mia professione attuale. Così, a partire dai piccoli concerti locali, via via iniziai a organizzare qualcosa di sempre un po’ più grande… anche a mie spese! Mi facevo assumere come geometra, poi mi licenziavo, prendevo la liquidazione con cui pagavo le spese iniziali anticipate per l’organizzazione dei concerti… e quindi andavo subito in perdita! Per rimediare al “buco”, andavo a fare il muratore: con questo lavoro guadagnavo 5-6 volte quello che prendevo come geometra! Poi un giorno sentii Vasco Rossi alla radio: cantava Albachiara e rimasi sconvolto. Insomma, pur non avendo una grande voce, quel testo era così intimo, così poeticamente scritto e così meravigliosamente musicato che ho subito pensato che fosse un marziano! Così ho iniziato a dire in giro che volevo organizzare un concerto con quel soggetto lì. “Ma sei pazzo? Non lo vedi che è un matto? È un poco di buono, è un drogato!”: queste le prime reazioni delle persone che al tempo collaboravano con me. Io dissi loro di fare quello che volessero, ma tanto non sarebbero mai riusciti a farmi desistere dal mio proposito. E alla fine lo organizzai sul serio! Il concerto andò molto bene.

Era il 1982, una delle date importanti della tua vita, al Teatro Tenda di Brescia.

Sì, qui iniziò il mio rapporto con un artista che ormai seguo da 33 anni. Eravamo tutti personaggi un po’ scapestrati, ma Vasco e i suoi musicisti rappresentavano un unicum in Italia: non avevo mai visto nulla di simile nel mondo della musica italiana. I cantautori erano tutti molti più compiti, avevano un modo riflessivo e particolare di presentarsi: nel caso di Vasco, invece, c’era propro il rock’n’roll selvaggio, senza regole. Non si capiva mai se stesse arrivando o se si fosse dimenticato di salire sul palco: al tempo non c’erano i telefoni cellulari. Pensa che quando entrai ufficialmente nella squadra di Vasco, mi dotai di una sacca di cuoio piena di gettoni telefonici: ogni volta dovevo fare il giro di telefonate ai bar della zona, per cercare di sapere a che ora si sarebbero presentati Vasco e i musicisti per il sound-check! A volte Vasco era davvero introvabile e allora il concerto iniziava con Alibi, la cui intro poteva durare anche 20 minuti, per dare il tempo a Vasco di arrivare e salire sul palco… Io, prima del concerto, preparavo gli strumenti, li provavo, li posizionavo, testavo gli amplificatori, accordavo le chitarre… questi furono i miei esordi. A poco a poco siamo cresciuti tutti insieme: io alla fine “inventai” una professione che al tempo non c’era, che non era riconosciuta come invece lo è oggi. Nessuno poteva insegnarmi come si dovesse fare, perché di insegnanti non ce n’erano.

Cosa significa oggi essere uno “stage manager“?

È un mestiere che mi sono inventato negli anni. La cosa fondamentale che io cerco di trasmettere alla gente con cui lavoro è che prima di tutto su quel palco si fa dell’arte. L’artista è lì per esprimersi e noi dobbiamo fare di tutto per rendergli possibile questo compito. Può capitare che per sbadataggine si trascuri un’inezia: quella piccolezza può seriamente compromettere un’intera esibizione. Naturalmente l’esperienza conta molto, tuttavia la cosa importante è sviluppare una sensibilità così acuta da aiutarti a pevedere il guaio che sta per accadere. Questa qualità è fondamentale per chi lavora sopra e dietro il palco. L’arduo compito dello stage manager è di mettere insieme e governare tutta la squadra di tecnici: fonici, costumisti, tecnici delle luci, musicisti… tenendo sempre ben presente in quale punto della piramide si trovano. Per come la vedo io, perché un concerto riesca alla perfezione, ci dev’essere un’organizzazione piramidale quasi marziale, dove ciascuno si prende le proprie responsabilità.

Ma Diego Spagnoli non è “soltanto” stage manager, Diego è anche il presentatore ufficiale della band di Vasco. Com’è nata questa nuova “qualifica”?

È nata per scherzo! All’interno di questa grande famiglia, l’ironia e l’autoironia fanno parte del gioco. Quando si studiano le scalette, si attraversano diversi stati d’animo, tra cui anche quello ironico. La prima presentazione nacque per sbaglio nel 1996 al Palasport di Acireale: sfortunatamente si ruppero gli aspiratori d’aria del palazzetto (che era stracolmo di gente) e Vasco aveva delle serie problematiche di respirazione. Quando fu il momento di Siamo solo noi, eseguì il pezzo per intero, ma nel momento finale (quello della presentazione della band), scappò verso le quinte, perché in seria difficoltà respiratoria. Io cercai di spronarlo a ritornare sul palco, perché quello della presentazione è sempre un momento molto importante dello show, ma Vasco mi rispose “falla tu!”. Io gli dissi: “Guarda che io vado fuori davvero e la faccio a modo mio”. “Sì, sì, fai come vuoi!”, mi rispose. Allora mi preparai in pochi istanti e feci ricorso al mio idolo di sempre, Frank Zappa: mi spirai alle varie presentazioni di Don Pardo, un personaggio che lavorava negli show di Zappa, e mi vennero in mente anche le rocambolesche presentazioni dei pugili americani. Unii queste due cose e feci il mio show. Vasco, dietro le quinte, rideva come un matto e mi disse che da quel momento in avanti la presentazione l’avrei dovuta fare sempre io! Alla fine è un piccolo cameo all’interno dello show, che ci diverte molto.

Chi era quello che urlò al microfono “Il cielo lasciatelo ai passeri, noi stiamo con i piedi per terra”?

Ero io. Anche questo nacque per sbaglio. Tra il 1989 e il 1990 eravamo in tour con Fronte del Palco, un tour innovativo in casa Rossi: non c’era più la Steve Roger Band, ma c’erano altri musicisti, con sonorità diverse. Pensa che a due giorni dal tour dovemmo cambiare all’ultimo il chitarrista ritmico. Allora ne trovammo uno nei paraggi, che fortunatamente era amico di Andrea Braido, e così ci ritrovammo a studiare una nuova intro per il concerto. Io ebbi un flash, un ricordo di un fatto accaduto molti anni prima: durante un concerto, Vasco ripeté una frase tratta da un libro di un filosofo austriaco, libro che Guido Elmi aveva regalato a Vasco. Quella frase era molto simile a quella che poi io pronunciai in Fronte del Palco: dopo tanti anni mi ritornò in mente e in un attimo gli strappai il microfono e urlai quella frase ormai diventata famosa. Il significato è che è molto bello sognare, però, se vogliamo che le cose funzionino bene, dobbiamo rimanere con i piedi per terra.

Ma Diego non si “accontenta” di tutto questo. Diego decide anche di dare vita ad Attack and Party, un duo con Fulvio Arnoldi. Qui sei proprio tu a esibirti in prima linea.

Guarda, di progetti ne ho aperti tanti e continuo ad aprirne: quando ho un po’ di tempo cerco sempre di inventare qualcosa di nuovo, senza alcuna velleità di successo. Per me conta mettersi sempre in gioco. Forse è per questo motivo che mi sento sempre giovane e spesso mi chiedo ancora “cosa farà da grande Diego Spagnoli?”. Pesa che adesso ho un nuovo progetto che si chiama Babylon Boys: a 57 anni anni mi sono messo a suonare la chitarra, per fare cose anni Sessanta! Fulvio l’ho onosciuto in tour con Renga e subito mi sono reso conto delle sue qualità. Ho pensato che potessere essere curioso proporre canzoni di donne, rifatte in chitarra acustica, ma con l’inserimento di sonorità elettroniche e cantate da uomini. In quel frangente, eravamo nel bel mezzo di un tour indoor e non c’erano supporter. Si era venuto a sapere che io avevo questo progetto con Fulvio e allora ci proposero di esibirci prima del concerto: fu un successo così inaspettato che addirittura Guido Elmi (un uomo proverbialmente parco di complimenti) ci disse che in tutti quegli anni eravamo stati i supporter migliori. E ci disse di fare tutto il tour!

Non perderti per niente al mondo lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te“, canta Paolo Conte in “Via con me”. Quando si sente parlare di Diego Spagnoli, si ascoltano sempre giudizi concordi: Diego è una persona assolutamente innamorata del proprio lavoro. Da cosa nasce il tuo amore per lo spettacolo o che cosa esso rappresenta per te?

Sinceramente non ho la più pallida idea da dove nasca questa passione per lo spettacolo. Ti posso dire che per me ciò che più conta nella vita sono le emozioni. È fondamentale che qualunque cosa io faccia mi trasmetta emozione. Ed è altrettanto fondamentale che chi mi paga (cioè il pubblico, in primis!) sia soddisfatto.

Progetti per il futuro?

Ho avuto la fortuna di “prendere a noleggio” una figlia all’età di 45 anni: dopo avere adottato una bambina, ti rendi conto che le tue priorità cambiano drasticamente. Se una volta potevi rendere conto solo a te stesso e vivere alla giornata anche un po’ da randagio, quando hai figli non lo puoi più fare, perché nascono differenti priorità. Chi vive di musica vive da precario: ecco perché in fondo mi piacerebbe cambiare orizzonti geografici. Oggi è sempre più difficile trovare sul lavoro delle emozioni: concerti di Vasco a parte, viviamo in un’epoca di assuefazione da talent show, cosa che implica un appiattimento emozionale drammatico. Comunque proseguo con i miei progetti, con i miei gruppi: dopo aver lavorato con Almamegretta, 99 Posse, Africa Unite, Casino Royale, mi incuriosisce riprendere alcuni sound di quel background musicale e rimixarli a modo mio, con un occhio di riguardo alla voce, al cantante.


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GALLERY DIEGO SPAGNOLI

Tutte le fotografie presenti in questo articolo sono state fornite dall’intervistato e pubblicate con il suo consenso.


VIDEO DIEGO SPAGNOLI

  • LIVE KOM 013 – Diego Spagnoli e i ragazzi del palco (parte 1)

 

  • LIVE KOM 013 – Diego Spagnoli e i ragazzi del palco (parte 2)

  • Da grande voglio fare Diego Spagnoli – Trailer

  • ATTACK and PARTY – side A – Diego Spagnoli & Fulvio Arnoldi by Marco Musso