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Cour-Cheverny: patria del Romorantin

Cour-Cheverny: patria del Romorantin 

Milano Platinum AIS Milano

In collaborazione con AIS Milano.


La valle della Loira, nota per i suoi castelli mirabili esempi di maestria costruttiva e dello splendore dell’aristocrazia francese, è altrettanto conosciuta per i suoi vini che vengono coltivati un po’ lungo tutto il percorso del fiume che si snoda dal massiccio centrale all’oceano atlantico.

Il susseguirsi delle aree vitivinicole è ripartito in numerose denominazioni AOC (Appellation d’origine contrôlée) di cui solo poche godono di rinomanza mondiale come, per esempio, Sancerre e Pouilly Fumé. La notorietà di alcune realtà rischia di offuscare altre più piccole e meno famose ma parimenti interessanti in termini di qualità delle produzioni.

La AOC Cour-Cheverny rientra in questo secondo gruppo. Siamo nel Dipartimento della Loire-et-Cher, nella regione del Centro e questa piccola denominazione, nata nel 1993, può contare solo su una cinquantina di ettari coltivati solo ed esclusivamente con il vitigno Romorantin.

Pare che sia stato, nel 1519, Federico I di Francia ad introdurre questa varietà, portandone 60.000 ceppi dalla Borgogna dove era ampiamente coltivata; fu piantata nella zona attorno al castello di Romorantin dove viveva la madre del re, Luisa di Savoia.

Il Romorantin, vitigno a bacca bianca, è il risultato dell’incrocio tra il gouias bianco e il pinot fin tinturieur (una varietà di pinot nero). Pur trattandosi dello stesso incrocio dello chardonnay, non ha avuto sua la stessa fortuna forse anche perché è molto sensibile alla muffa grigia e le rese sono incostanti negli anni.
Vitigno scontroso e ostico dunque che ama i terreni ricchi di silicio, argilla e calcare come sono quelli di Cour-Cheverny.

I vignaioli della AOC, tra cui ricordiamo Domaine de Huards e Domaine de Montcy, vanno particolarmente fieri di questo vitigno autoctono di cui si sentono i custodi.

I vini che se ne ottengono hanno un colore giallo paglierino di grande lucentezza.

All’olfatto spiccano le note di fiori di primavera, di frutti tropicali e di rinfrescanti agrumi; una decisa vena minerale di pietra focaia accompagna i sentori di erbe aromatiche fresche di timo e basilico. Conclude un leggero sbuffo di miele di acacia.

In bocca la freschezza si esprime nelle note di frutta (mela e susina gialla) sviluppandosi con un lunghissimo finale minerale coerente con il naso. L’acidità vibrante sostenuta dalla sapidità garantisce ottime prospettive di invecchiamento e alto potenziale qualitativo.

In caso di uve raccolte tardivamente si ottiene un vino dolce che rimanda ai vini mai secchi dei tempi passati.

Il vino giovane trova nelle ostriche e nei frutti di mare il connubio gastronomico ideale mentre un vino maggiormente invecchiato si abbina felicemente all’aragosta o al formaggio di capra.

La temperatura di servizio, tra gli 8 e i 10 °C, può essere elevata di qualche grado per consentire di apprezzare maggiormente i profumi.
di Paolo Valente


In collaborazione con AIS Milano.

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