ARTE

COLTIVARE LA PAURA, MORIRE DI BELLEZZA. TOM PORTA, THE BOX

Coltivare la paura, morire di bellezza. Tom Porta, THE BOX – La galleria Mario Giusti HQ-HEADQUARTER, in via Cesare Correnti 14, ospita fino al 15 gennaio la mostra Tom Porta – THE BOX Beauty Overkill. Sessanta opere raffiguranti un teschio umano, multipli diversamente colorati e “marchiati”: da Louis Vuitton a Hello Kitty, da Spider Man alla benzina Gulf, dalla Morte Nera di Star Wars a Facebook, alla Giuditta di Klimt. Insieme a un’installazione ispirata a Jimi Hendrix e intitolata La morte del rock.

Di rock, del resto, Tom se ne intende: «Non è che sono solamente appassionato di musica. No, in realtà io ho proprio cominciato come musicista. Ho cominciato a suonare a 14 anni e allora pensavo che sarebbe stata quella la mia carriera. Ma forse è meglio partire dall’inizio: ne avevo solo 12 ed ero in vacanza in campeggio, quando un giorno un ragazzo americano mi mostra una rivista che non avevo mai visto, piena di immagini che mi ricordavano tanto quelle che già amavo della Marvel e… di chitarre elettriche. Era la fanzine ufficiale dei Kiss e io avevo trovato quel che avrei voluto essere! Mi sono subito iscritto a un corso di chitarra. Nel giro di tre anni ero io a insegnarla ad altri, mentre suonavo in diverse band, una delle quali (si chiamava Nadaij) ha pubblicato un ep nell’1988 (Welcome). Eravamo un po’ dei Van Halen nostrani. Ma ormai avevo capito che la patria del rock era a stelle e strisce, quindi lì mi trasferii nell’89». Ma la caratteristica di Tom è appassionarsi ad arti diverse, praticarle a fondo e poi voltare pagina. Tornato in Italia si dedica alla fotografia, poi ai pennelli, e scopre i suoi nuovi talenti. La sua esposizione più recente è Inferno, mostra itinerante dedicata alla prima guerra mondiale, in occasione della quale ho già avuto occasione di intervistarlo.

Personalmente, ammetto senza remore che ogni creazione di Tom mi lascia senza fiato per la sua bellezza. Ma la mia predilezione va al filone “apocalittico”: scorci ed edifici caratteristici di Milano ridotti a ruderi. Lui respinge questa definizione e non la sopporta: ci tiene a precisare che in quei lavori c’è l’erosione del tempo, non il risultato dell’arma letale definitiva. Lo affascina un mondo dove l’essere umano è scomparso, o costretto a cavarsela in condizioni estreme. Credo che le sue opere del progetto Extinction Agenda (del 2007) siano fondamentali per inquadrare meglio le creazioni di The Box: per questo vi invito a godervi questo video.

Insieme a Tom, oggi ho la fortuna di intervistare anche Mario Giusti, esperto di management culturale e museale, curatore di Tom e per me, soprattutto, piacevolissima scoperta: un conversatore raffinato e brillante come pochi.

Mario Giusti
Mario Giusti

“Inerte, incapace di incutere paura o di imporre una morale, la testa di morto appare oggi più che mai devitalizzata”. Più o meno così nel libro di Alberto Zanchetta, Frenologia della vanitas (Johan & Levi, 2011). Oggi l’immagine del teschio compare sugli accessori di moda, in tatuaggi seriali, un po’ dappertutto, Ne risulta depotenziata, anestetizzata, svilita?

TOM No. La diffusione non svilisce: pensa al crocifisso. Il teschio nell’arte rappresenta il pensiero, la riflessione sul tempo e la meditazione. Non è una figura che incarna necessariamente la paura, né tantomeno un’icona horror. La diffusione di un oggetto e il dove viene diffuso non ne cambiano la natura. Il teschio compare come simbolo dei pirati nei racconti per ragazzi, e questo è un retaggio storico, perché sulle navi dei pirati sventolava veramente il teschio con le tibie incrociate; in quel caso rappresentava il loro essere senza legge e senza padrone. Il teschio in fronte torna nelle guerre: nella livrea nazista, e non solo. La storia del teschio si dirama in tante direzioni diverse. C’è nella danza degli scheletri di Disney, sul copricapo degli ufficiali delle SS, sul costume del Punitore della Marvel, che è un eroe positivo. E c’è il teschio di Damien Hirst coperto di diamanti. A ciascuno il suo teschio.

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MARIO L’immagine del teschio si presta a raccontare la nostra cultura e la nostra epoca. La caratteristica moderna nei confronti dei grandi simboli, anche religiosi, è quella della mercificazione, in atto a partire dagli anni Cinquanta circa. Ma la parola “mercificare” ha radici storiche ben più lontane: per esempio la Chiesa, in alcune epoche, accumulò ricchezze vendendo perdoni, messe e indulgenze. Anche quella è mercificazione. L’immagine del teschio, invece, a mio parere ha sempre avuto un significato solo: la morte. Nelle diverse culture e contesti storici la morte è stata vissuta in modo diverso: opprimente, oppure, al contrario, liberatoria. Non solo: il teschio, anticamente, è stato anche un oggetto decorativo. Ci sono antichissime civiltà, di cui conserviamo reperti, che usavano il teschio esattamente come viene usato nella cultura rock: veniva appeso al collo come ciondolo, così come oggi se ne fanno anelli e viene stampato sulle magliette. Ciò che cambia è l’atteggiamento culturale. Noi ormai consumiamo tutto rapidamente. Ogni cosa vive in una superficie magmatica di concetti: c’è chi gira con la maglietta “Salviamo i lupi” e dell’ecologia non gliene importa niente, come chi sfoggia il suo anello a forma di teschio senza attribuirgli nessun significato particolare e c’è ragazza con i teschi sulla borsa griffata. I grandi simboli oggi sono usati per vendere qualcosa; sono, appunto, mercificati. A forza di inventarsi nuovi espedienti per stupire e vendere si accelera sempre di più: “è del vendere il fin la meraviglia”. In questo contesto è molto bella la visione del teschio come The Box, contenitore di pensiero e azione.

The Box quindi non è una scatola vuota. O sì?

TOM È piena. Di cose belle e brutte. Metterci il marchio di una benzina o il tema tartan è critica sociale? Non necessariamente. Il cervello genera un pensiero, ma è il discernimento che dovrebbe esprimere la valutazione sul tipo e il valore del pensiero prodotto. Quindi la risposta non la offro io, ma il pensiero di chi osserva. Lo stesso avviene nelle mie opere della serie La nube purpurea, definite “postatomiche”, ma in modo errato. Volutamente non ho inserito segni esplicitamente bellici in quelle mie opere: non c’è fuoco, né fumo. Io lavoro sulla paura e ognuno ci vede quello che gli dettano le sue impressioni: è una pittura “impressionante”. Per il teschio vale lo stesso discorso. Il teschio fa paura? Non a tutti. I marchi sono il “Male”? No, rappresentano delle grandi idee. Ma questo non significa che siano idee positive, perché anche la bomba atomica può essere definita una “grande idea”. Anche la guerra batteriologica si basa su una “grande idea”. Noi dovremmo indagare molto di più su ciò che le “scatole” contengono. Può essere uno spunto anche per porsi una semplice domanda: quanto vado in profondità quando parlo con qualcuno?

Tom Porta, opera della serie La nube purpurea
Tom Porta, opera della serie La nube purpurea

MARIO Per me è un ragionamento di estremo materialismo. È una scatola che contiene materia biologica, dalla quale, a differenza di altre materie, si produce ciò che ha creato la nostra società, cioè pensiero e azione.

TOM Il cervello è anche una parte non sostituibile. Ormai si possono trapiantare le cornee o gli arti, ma non il cervello. Anche Victor Frankenstein cercava quel qualcosa in più che rende unico il cervello, quella scintilla che a un certo punto scompare definitivamente, e quando è in vita non è riproducibile.

Non è riproducibile “finora”… Sono un’inguaribile appassionata di fantascienza.

MARIO Però la scienza dice anche (con il principio di Lavoisier, che non è nemmeno di questo secolo) che nulla si crea e nulla si distrugge. Perché la molecola del cervello non dovrebbe rimanere in circolo come qualsiasi altra? Questa è l’immortalità, o, meglio, la forma più plausibile di immortalità.

Eros e Thanatos: principio di piacere e principio di distruzione. Come operano nel modo di Tom di intendere e fare arte?

TOM È molto più facile che risponda Mario a questa domanda. Non per mia reticenza…

MARIO … no, infatti, ma perché ti piace essere interpretato!

TOM No, solo vorrei cercare di farvi capire il passaggio dalla mia scatola cranica alla mano: è un passaggio subitaneo e incontrollato. Per me è faticoso successivamente fare un passaggio all’indietro e ricostruire come è nata un’opera. Certo, io metto nell’opera cose mie, ma poi le immagini, i colori, i significati vengono recepiti e interpretati in modi diversi, tanti modi quante sono le menti di chi ne fruisce.

MARIO Per definire la componente psicologica di un’opera tutto si fa più complesso, e non riusciamo a trattare l’argomento in breve. Ma è chiaro, no? Tom coltiva la paura. Poi, la paura per alcuni è uno dei tanti aspetti della vita, ad altri muove corde interiori. Cos’è infine la paura? Una gigantesca forma di difesa che i sensi hanno sviluppato e che ci lega ancora al mondo animale. Quando la paura è una forma di ispirazione, e la si vuole instillare negli altri, il discorso si fa ancora diverso. Io per esempio non ho paura della morte, ma molti altri sì. A me fa paura il dolore, ad altri no. Dunque è evidente: ciò che oggi definiamo in modo vago “psicanalisi” gioca un ruolo importante.

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