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Animals di Steve McCurry

Animals di Steve McCurry – Resilienza e speranza“: sono questi, secondo Bonnie, sorella di uno dei fotografi più noti al mondo, gli ingredienti principali delle fotografie di Steve McCurry. Quella resilienza che, fin dal suo etimo latino, ci fornisce un’immagine precisa, di chi “risalendo sulla barca rovesciata” – questo sarebbe il significato originale – riesce a fronteggiare e superare gli eventi negativi che incontra sul proprio cammino e lo fa, nei ritratti di McCurry, fornito di una luce che trapela dagli occhi, quella della speranza.

McCurry racconta che la sua vita è stata reindirizzata da una foto che aveva visto nel 1972, quella di una bambina vietnamita – Nick Ut – che corre piangendo disperata mentre è colpita da una pioggia di Napalm. Quella foto, con la sua grande forza espressiva, era stata in grado di cambiare l’opinione pubblica nei confronti della guerra in Vietnam, e gli aveva fatto capire che era quello che desiderava realmente, lasciare il suo lavoro di freelance per un giornale della Pennsylvania e andare in giro per il mondo portando con sè solo due zaini, uno per un cambio di vestiti, l’altro per i rullini.

Il suo viaggio comincia in India dove trascorre parecchi mesi, finchè si trova a passare il confine con il Pakistan. Lì incontra un gruppo di rifugiati che lo aiutano ad entrare in Afghanistan prima che i Russi chiudano le frontiere ai giornalisti occidentali. Girando per il Paese da clandestino, camuffato grazie ad abiti tradizionali e una barba lunga, McCurry riesce a far arrivare in  tutto il mondo i suoi scatti, che rendono palpabile la catastroficità del conflitto in Afghanistan.

Da allora in poi, come dice lui stesso, ha raccontato “storie che parlano della Storia, dei fatti, altre che parlano dell’esperienza umana, dei sentimenti, di esistenze individuali..”

C’è un’intensa capacità di narrazione dietro ad ogni scatto di Steve McCurry, un’incredibile prova di destrezza nel maneggiare il fattore umano con sinteticità, sapendo cogliere quel preciso istante che può essere eterno, in quel suo modo di raffigurare persone che si trovano in situazioni di estrema sofferenza, ma restano permeate da un alto senso di dignità.

Come nella sua foto più famosa, quella ragazza afgana – Sharbat Gula – ritratta nel 1984 in un campo profughi di Peshawar.

Sharbat Gula è un’orfana di dodici anni con incredibili occhi verdi che agiscono come una calamita sull’osservatore che si trova a domandarsi quali sentimenti li animino; di certo il suo sguardo intenso può essere interpretato in molti modi diversi, ed è questo istante magico e perfetto che ha saputo catturare McCurry, rendendo Sharbat Gula un’icona che risplende nel contrasto dei colori (il rosso vivace dello scialle, il verde profondo degli occhi, i toni freddi dello sfondo).
La foto fu pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic, per la quale McCurry aveva realizzato il reportage, e in breve tempo divenne nota e utilizzata in tutto il mondo per campagne umanitarie, come quelle di Amnesty International.

La mostra “Animals” inaugura il nuovo spazio espositivo Mudec Photo che ospiterà due mostre temporanee ogni anno.

Non poteva che essere Steve McCurry il primo ad essere esposto nelle sue sale, dal momento che da oltre 30 anni “è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea”, come dice la curatrice, Biba Giacchetti.

La scelta del titolo della mostra è stata concordata con McCurry, che per la prima volta ha voluto presentare sessanta scatti, alcuni noti, altri meno, che hanno come protagonisti esseri che, come noi umani, hanno da raccontare storie di dolore e di sofferenza, magistralmente racchiuse negli scatti, ora con empatia, ora con ironia, spesso con drammaticità.

La scoperta del mondo faunistico risale al 1992, quando a McCurry fu commissionato un reportage che documentasse i disastri ambientali provocati dalla guerra del Golfo.

Il fotografo ricorda di aver rischiato la vita laggiù, mentre fotografava momenti in cui la terra era così pervasa dal fumo e dalle fiamme che non era possibile capire se fosse giorno o notte.

Una delle foto esposte ritrae una famiglia di cammelli che procede in fila indiana circondata dal fumo; è lì che McCurry ha rischiato la vita, perchè, per seguire i cammelli, non si era reso conto di attraversare un campo minato.

Quel reportage è famoso per una foto in particolare, quella del cormorano con le penne intrise di petrolio e gli occhi rossi, immagine che fu usata da Benetton per la prima uscita della sua rivista Colors.

Per foto analoghe a questa, con quell’impatto visivo così forte nel contrasto di colori, Steve McCurry è stato spesso criticato per il suo lavoro di post-produzione che, secondo alcuni, sarebbe alla base dei risultati che riesce a conseguire più della sua abilità professionale.

In un’intervista, a questo proposito, McCurry ha detto che anche prima del digitale le fotografie venivano completamente rilavorate. Ha citato Eugene Smith, che era considerato un  mago della camera oscura, ma secondo McCurry “non si può dire che non ci sia una vera immagine di una situazione vera nelle sue foto”.

Inoltre, reputa giusto quello che diceva Ansel Adams, altro fotografo americano che ritraeva splendidamente in bianco e nero: “Il negativo è la partitura e la stampa l’esecuzione”.

Non basta la tecnica, però, per far scaturire emozioni da uno scatto, è l’approccio di chi inquadra che lo rende unico. Dice McCurry: “quando incontro qualcosa che mi ispira come essere umano, è un momento incredibile e voglio condividerlo con gli altri”. E ancora: “Una buona fotografia deve dirti qualcosa a cui tu rispondi”.

Con lo scatto, McCurry cattura un istante, l’essenza della vita di un altro individuo e la mette in relazione con l’esperienza umana di tutti noi. E’ per questo che la mostra sa suscitare nel visitatore le emozioni più disparate.

Dietro la foto del ragazzo con il topolino bianco intorno al collo c’è un mondo che racconta tutta la sua povertà, in contrasto con l’opulenza che traspare dal barboncino rosa sulla Walk of Fame.

C’è ironia nell’accostamento tra la foto del bambino indiano con un serpente al collo e quella di un ragazzo a torso nudo con un boa intorno alle spalle in un supermercato di Los Angeles.

C’è denuncia per le atrocità umane nella foto della donna coperta dal burqa afghano e circondata da tantissime colombe bianche.

Anche nella foto del vecchio in bicicletta con il cane nel cestino di dietro, Steve McCurry vuole raccontare una storia di sofferenza: quel cane pastore, di razza Kuchi, apparentemente così rilassato e in armonia con il suo padrone, sta per essere condotto ad un combattimento di cani, uno dei tanti che purtroppo si svolgono ogni sabato mattina a Kabul e che non cessano, nonostante l’allarme internazionale.

C’è uno sguardo divertito nella foto in cui un elefante, che in realtà si sta grattando, sembra voler sbirciare quello che legge il ragazzo seduto di spalle.

Insomma, Steve McCurry dimostra ancora una volta di aver attraversato sei continenti con la sua macchina fotografica al collo senza mai dimenticare di regalarci i suoi messaggi di bellezza e giustizia, con cui ha ottenuto i più importanti premi di fotografia, dalla Robert Capa Gold Medal al National Press Photographers Award, senza contare i primi premi al World Press Photo, e le onorificenze ricevute sia in Francia che in Gran Bretagna.

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INFO

Mudec Photo – Via Tortona – Milano

Fino al 31-03-19

Lun: 14,30 – 19,30

Mar, Mer, Ven, Dom: 9,30 – 19,30

Gio, Sab: 9,30 – 22,30