STORIA

A SPASSO TRA LE STRADE DELLA ROMA IMPERIALE

A SPASSO TRA LE STRADE DELLA ROMA IMPERIALE

MilanoPlatinum Voci antiche

In collaborazione con la pagina Voci Antiche: pagine dal mondo classico, inauguriamo una nuova collaborazione alla scoperta della storia e della cultura del mondo classico greco e romano.


A SPASSO TRA LE STRADE DELLA ROMA IMPERIALE

Siamo all’inizio del II d.C., sotto l’imperatore Traiano, quando lo scrittore Giovenale compone la satira III, che il bel libro Giovenale, un intellettuale nella Roma imperiale di Rosanna Bertini Conidi (editrice Prometheus) ripercorre e traduce, con un’ampia introduzione sulla quotidianità della vita a quel tempo. Trattandosi di satira, e visti i toni di accesa critica che l’autore latino usa a piene mani, i suoi versi non possono essere presi come fonte storica attendibile. Sono certamente un topos letterario, ma la deformazione dell’indignazione non può non partire dalla realtà. Cerchiamo, quindi, di darle un volto.

La Roma del tempo di Giovenale è una città in continua espansione, che deve però fare i conti con la natura del suo territorio: se la presenza del Tevere e dell’isola Tiberina ne ha consentito lo sviluppo come snodo  commerciale, il dislivello del suolo, dovuto alla presenza dei colli, rende difficile l’urbanizzazione del territorio. Roma, pertanto, non cresce ordinatamente come le città che fonda, caratterizzate da uno schema a scacchiera, ma presenta vie strette e tortuose, lungo le quali gli edifici si ammassano per sfruttare al massimo gli spazi disponibili. Questo disordine ha anche un’altra causa, assai lontana nel tempo rispetto all’epoca di Giovenale: quando, dopo la devastazione dei Galli di Brenno (390 a.C.), la città risorse, la fretta della ricostruzione e la mancanza di un piano regolatore, determinarono l’irregolarità della nuova pianta, che fu da quel momento in avanti una caratteristiche irrisolvibile di Roma.

In questa città, dall’impianto così problematico, i ricchi hanno le loro dimore sui colli, da dove si gode di panorami molto piacevoli, come quelli della campagna romana, nella quale si perdono in lontananza le vie consolari. Le loro sono case monumentali, veri e propri status symbol con ampi giardini interni e ampie sale, riccamente decorate di affreschi e mosaici, dove anche gli ospiti godono degli agi della ricchezza. Ma questa è una realtà riservata a pochi.

Nei quartieri popolari, la situazione è ben diversa: la densità abitativa è altissima, anche perché Roma è ormai una metropoli che attrae continuamente immigrati da ogni parte del Mediterraneo. Poiché gli alloggi scarseggiano ed è preferibile, vista la mancanza di suolo edificabile, costruire in altezza, cominciano a sorgere le insulae, antenati dei nostri condomini ma molto meno confortevoli. L’affare è ghiotto e scatena l’avidità di molti costruttori, che, inevitabilmente cercano il massimo guadagno con la minima spesa: i materiali usati, infatti, sono poveri (argilla,paglia, legno) e troppo leggeri per dare stabilità a edifici che possono raggiungere anche i 20 metri di altezza e sono stracolmi di inquilini, cosa che aumenta il rischio di crolli, i quali puntualmente si verificano.

Insula romana - By user Lalupa (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons
Insula romana – By user Lalupa (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons
Tra i quartieri popolari che Giovenale conosce bene c’è la Suburra, una zona particolarmente caotica e pericolosa posta ai piedi dei colli Quirinale, Viminale ed Esquilino. Si potrebbe paragonare a un suk per tutte le mercanzie che vi si possono trovare: lì, infatti, hanno le loro botteghe venditori di cibo, librai, calzolai, barbieri, tessitori. Ma ci sono anche bordelli e bettole poco raccomandabili, dove non sono infrequenti le risse. Per le vie, sinuose e strette, le merci escono dalle botteghe per essere disposte sulla strada, dove i passanti faticano a camminare (ma Giovenale lamenta anche il rischio di essere coinvolto in incidenti!). Il rumore è assordante e non permette a nessuno, né di notte, né di giorno, di riposare: gridano i bottegai, grida la clientela, gridano i passanti bloccati dalla folla. E poi ci sono i rumori dei singoli mestieri, compreso quello degli scrittori, che per farsi conoscere non di rado tengono recitationes (letture pubbliche) un po’ ovunque, anche agli angoli delle strade, e siccome molti degli astanti finiscono per chiacchierare tra loro, immaginiamo che per tali eventi il tono di voce non sia sommesso.

Vivere da intellettuale nella Roma di duemila anni fa non è semplice e non solo per la fatica di farsi conoscere. Chi non ha un mecenate, fatica a vivere della parola scritta. I diritti d’autore non esistono ancora e alle opere scritte si applica il principio del superficies solo cedit, lo stesso che regola il diritto di proprietà sulla terra. Secondo questo principio, sul materiale usato per confezionare i volumi (papiro o pergamena) tutto ciò che viene scritto appartiene al proprietario del materiale, quindi al libraio, che dall’autore riceve perfino i soldi per il lavoro di copiatura del testo, realizzato poi dagli schiavi. Allora, all’intellettuale non resta che impiegarsi come precettore nelle case dei ricchi e vivere da cliente, ottenendo così l’appoggio di persone influenti. Questo, però, significa sottoporsi a quotidiane umiliazioni, come le lunghe attese negli atri delle domus, i cibi di pessima qualità, consumati in presenza del patrono, che invece con i suoi ospiti di riguardo si ciba di ogni tipo di leccornia, o le levatacce per partecipare tra i primi al rito del saluto nella casa del protettore.

Domus romana - [Public domain], via Wikimedia Commons
Domus romana – [Public domain], via Wikimedia Commons
Non devono destare stupore, quindi, gli sfoghi, frequenti nei versi della satira di Giovenale, contro tutti quelli che con ogni astuzia sono riusciti a farsi strada. Si tratta soprattutto degli immigrati provenienti dalle zone orientali dell’impero, verso i quali, però, lo scrittore mostra più che un atteggiamento xenofobo, una sorta di fastidio e un atteggiamento di diffidenza. Giovenale li chiama graeculi, condensando in questo termine tutto il disprezzo che nutre per loro, che descrive poi come individui egoisti, approfittatori, abilissimi nel sapersi arrangiare. Tant’è che sanno fare di tutto: sono maestri di grammatica, retori, medici, pittori, massaggiatori, indovini, funamboli, ma soprattutto conoscono l’arte di adulare, grazie alla quale si guadagnando quella posizione sociale che spesso non è concessa a chi ha respirato fin dalla nascita l’”aria dell’Aventino” o si è nutrito di “olive sabine”.

All’uomo onesto, stufo di fare anticamera, di vivere in una casa piccola di un quartiere affollato e rumoroso, di vedersi superare da arrampicatori sociali disposti a tutto, non resta che trasferirsi in posti semideserti, come la “spopolata Cuma” o come Procida, perché nessun luogo “è tanto misero e desolato” da esser peggio del temere tutte le calamità o le fatiche del vivere che Roma riserva a chi vive tra le sue strade.


PER APPROFONDIRE – A SPASSO TRA LE STRADE DELLA ROMA IMPERIALE

  • J.Carcopino, La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero (2008)
  • F. Coarelli,  Guida archeologica di Roma (1984)
  • Rosanna Bertini Conidi, Giovenale, un intellettuale nella Roma imperiale (editrice Prometheus)

LINK UTILI

Giovenale, un intellettuale nella Roma imperiale (editrice Prometheus)


VIDEO – A SPASSO TRA LE STRADE DELLA ROMA IMPERIALE

  • Roma Imperiale

  • Il mercato di Traiano Roma Imperiale


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