STORIA

1585: L’ITALIA INCONTRA IL GIAPPONE

1585: L’ITALIA INCONTRA IL GIAPPONE –

MilanoPlatinum Storica National Geographic

In collaborazione con la prestigiosa rivista STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC parliamo della prima ambasceria giapponese in Europa e del suo soggiorno a Milano, evento straordinario per l’epoca e destinato a suscitare una grandissima curiosità, anche se di breve durata. 


1585: L’ITALIA INCONTRA IL GIAPPONE

25 luglio 1585: la prima ambasceria giapponese in Europa, detta Tenshō shōnen shisetsu, la “missione dei giovani nell’era Tenshō”, arriva in Italia. Il racconto del suo passaggio a Milano, evento straordinario per i tempi, è narrato in diverse cronache, tra le quali quelle di Urbano Monte e Gualtiero Gualtieri.

La favolosa Zipagu

Sembra che le prime notizie sul Giappone giunte in Europa siano dovute a Marco Polo, che nel suo Milione (1298 circa) fornisce alcune informazioni sull’isola di Zipagu (o Zipangu, Cipangu, Zapano o Sipangu), della quale aveva sentito parlare durante la sua permanenza in Cina: un paese ricco d’oro, pietre preziose e spezie; il tentativo (fallito) di conquista da parte di Kubilai Khan; la pratica del cannibalismo. Nel 1543 alcuni mercanti portoghesi naufragano sulle coste giapponesi e a partire da questa fortuita circostanza avviano un proficuo scambio commerciale tra Cina e Giappone. Nel 1547, Jorge Àlvarez, uno dei capitani che gestiscono questi traffici, scrive la prima relazione diretta sul Giappone, sollecitato dal gesuita spagnolo Francesco Saverio, che desidera raccogliere informazioni su quel paese in vista di una futura missione. Il resoconto di Àlvarez ha grandissima risonanza, perché Francesco Saverio, primo evangelizzatore del Giappone, la inserisce in una sua lettera tradotta in italiano e latino e diffusa in tutta Europa. Seguono poi molte altre lettere di Saverio in cui si descrivono non solo la religione, ma anche gli usi e i costumi dei giapponesi, le abitudini alimentari, l’abbigliamento, il carattere: l’Europa comincia a essere sempre più curiosa di quell’ultimo avamposto del mondo.

Commercianti portoghesi sbarcano in Giappone (XVI secolo; public domain, via Wikimedia Commons)
Commercianti portoghesi sbarcano in Giappone (XVI secolo; public domain, via Wikimedia Commons).

Mancio, Michele, Giuliano e Martino

Dopo la partenza di Francesco Saverio dal Giappone, nel 1551, la sua opera, che ha ottenuto il numero notevole di circa mille conversioni, viene continuata. Il progetto di un’ambasceria giapponese in Europa si deve ad Alessandro Valignano, coordinatore della politica gesuitica in Asia e promotore di una missione in Giappone che aveva avuto grande successo grazie al suo rispetto per la cultura locale, verso la quale nutriva un’altissima considerazione. Valignano istruiva i propri missionari ad apprendere la lingua e gli usi del luogo in modo da riuscire a innestare la fede cristiana nel rispetto della cultura d’origine. Lo scopo dell’ambasceria è dimostrare e magnificare l’opera di evangelizzazione dei gesuiti e quindi guadagnare finanziamenti dalla corte papale. Valignano sceglie quattro ragazzi sotto i vent’anni: Itō Sukemasu Mancio e Chijiwa Seizaemon Michele appartengono alle più importanti famiglie daymiō (i grandi feudatari) cristiane presenti in Giappone; gli altri due sono nobili, Nakaura Giuliano “Barone del Regno di Figen”, ossia Higen, e Hara Martino, “Barone del Regno di Fiunga”, ossia Hyūga. A loro si unisce un piccolo gruppo di accompagnatori, tra i quali il gesuita Diogo de Mesquita, in qualità di guida e interprete. I quattro giovani suscitano una curiosità tale che nell’anno del loro arrivo, il 1585, si contano ben 49 pubblicazioni su di loro. Sbarcata a Livorno a marzo, la delegazione riparte da Genova ad agosto dopo aver visitato molte città, tra le quali Pisa, Firenze, Siena, Viterbo, Roma, Bologna, Padova, Vicenza e Milano.

La delegazione giapponese inviata in Europa nel 1582. In alto da sinistra: Giuliano Nakaura, Diogo de Mesquita, Mancio Ito; in basso da sinistra: Martino Hara e Michele Chijiwa (Public domain, via Wikimedia Commons).
La delegazione giapponese inviata in Europa nel 1582 e arrivata in Italia nel 1585. In alto da sinistra: Giuliano Nakaura, Diogo de Mesquita, Mancio Ito; in basso da sinistra: Martino Hara e Michele Chijiwa (Public domain, via Wikimedia Commons).

I diari perduti e il capolavoro diplomatico di Valignano

A Milano l’ambasceria giapponese si ferma 8 giorni. La cronaca di Urbano Monte e diverse altre (la più completa e ufficiale è di Gualtiero Gualtieri) raccontano il soggiorno milanese degli inviati da un punto di vista europeo, come è ovvio, accompagnando la descrizione con notizie sul Giappone e sui suoi usi e costumi e contribuendo ad alimentare un interesse vivace, anche se di breve durata. Non abbiamo alcun documento che ci dica che cosa videro i giovani giapponesi e soprattutto come lo interpretarono. I loro diari sono andati perduti. Resta il De Missione, il resoconto in lingua spagnola che Alessandro Valignano ricavò dagli appunti dei giovani e che poi fu tradotto in un latino elegante per essere utilizzato come testo di studio sull’Europa nei collegi e seminari della Compagnia in Giappone. Il De Missione va quindi considerato con cautela: è il capolavoro diplomatico di Valignano, che testimonia un altro scopo dell’ambasceria in Europa, oltre alla raccolta di fondi, ovvero quello di legittimare agli occhi dei Giapponesi la presenza dei padri gesuiti, esaltando la grandezza della cultura europea, alla quale nemmeno la cultura cinese, riferimento classico per i giapponesi, può essere paragonata.

L’ambasceria giapponese viene ricevuta da papa Gregorio XIII. Dipinto del 1655 (Public domain, via Wikimedia Commons).
L’ambasceria giapponese viene ricevuta da papa Gregorio XIII. Dipinto del 1655 (Public domain, via Wikimedia Commons).

L’omaggio dei potenti a quattro giovani di vent’anni

Il corteo dell’ambasciata entra a Milano da Porta Romana, attraverso le mura nuove erette dal governatore Ferrante Gonzaga fra il 1549 e il 1569, che impressionano molto i giovani giapponesi. Il corteo è sontuoso e imponente, aperto dalle autorità e accompagnato da cinquecento cavalieri e da un grande afflusso di folla. Percorrendo il corso di Porta Romana, arriva al Collegio gesuitico in Brera, dove il governatore Terranova ha fatto preparare un alloggio lussuoso per gli ospiti. Dal giorno successivo, il Collegio diventa meta di visite illustri. Esponenti delle famiglie più in vista, vescovi delle città vicine, ambasciatori: tutti sono desiderosi di conoscere personalmente i giovani e di verificare l’esattezza delle notizie che si stanno diffondendo sui loro modi urbani, civili, cortesi, modesti, sobri, sull’esotismo delle bacchette a tavola e del al posto del vino. L’arcivescovo Gaspare Visconti, appena insediato, si intrattiene a discorrere con loro e li invita alla sua prima messa solenne in Duomo, dove ricevono la comunione da lui, e poi a pranzo. La visita al Castello entusiasma in modo particolare Mancio, Michele, Martino e Giuliano: sono tutti rampolli dell’aristocrazia buke, di stirpe guerriera, e provengono da un Giappone ancora lacerato dalle lotte sanguinose fra clan. Questo spiega il loro interesse per la “gran fortezza”.

Illustrazione giapponese del XVI secolo dove si può vedere un nobile guerriero con la tipica armatura (Public domain, via Wikimedia Commons).
Illustrazione giapponese del XVI secolo dove si può vedere un nobile guerriero con la tipica armatura (Public domain, via Wikimedia Commons).

La progressiva chiusura del Giappone

Milano nel De Missione è descritta come una città opulenta. Si parla della sua ricchezza e dei suoi commerci, citando la manifattura delle sete, i panni e le stoffe preziose dispiegate con orgoglio dai mercanti davanti ai visitatori stranieri. La città è prospera per il gran numero non soltanto di mercanti, ma anche di diversi artigiani, tanto che si suol dire proverbialmente che chi volesse abbellire tutta l’Italia dovrebbe spogliare Milano; perché è davvero così piena di ogni genere di ornamenti e di opere d’arte che tutte le altre città potrebbero essere riempite con le ricchezze tolte da essa. I giovani ambasciatori sono colpiti dall’alto artigianato dei costruttori di armi, gli “armorari”, che ricorda loro l’altissima perizia dei forgiatori di spade giapponesi, il cui lavoro, circonfuso da un’aura di sacralità, era ben noto ai discendenti di famiglie guerriere. Dal viaggio porteranno con sé armi, armature e altri manufatti, molti dei quali di fabbricazione milanese, da mostrare al signore feudale Toyotomi Hideyoshi, unico ricordo concreto del loro viaggio, insieme ai loro racconti, poiché i diari non verranno fatti circolare in Giappone e il De Missione sarà tradotto solo in latino e avrà una diffusione limitata agli studenti di collegi e seminari. Questo perché la situazione del Giappone in questi anni è complessa e difficile: nel 1587 Hideyoshi emette il primo decreto anticristiano che vieta ogni attività missionaria. I gesuiti devono quindi agire con prudenza e discrezione e può essere pericoloso esaltare la grandezza dell’Europa: Hideyoshi, con le sue mire espansionistiche verso la Corea, la Cina e le minacce alle Filippine, potrebbe prenderla male. Molto meglio che le informazioni sull’Europa, e quelle su Milano di conseguenza, non siano accessibili alle élite giapponesi. Seguiranno persecuzioni e leggi restrittive, fino al decreto perentorio che nel 1614 imporrà a tutti i missionari di lasciare il Giappone.

Toyotomi Hideyoshi (Public domain, via Wikimedia Commons).
Toyotomi Hideyoshi (Public domain, via Wikimedia Commons).

L’educazione europea

Quando tornano in questo Giappone ostile e in tumulto, nel 1590, i ragazzi hanno completato la loro educazione europea: son diventati così portoghesi e così abituati al nostro mondo che sembrano europei, per la meraviglia dei fratelli giapponesi, scrive Valignano. Si è compiuta una trasformazione: da inviati a cortigiani, testimonianza vivente delle conquiste del cristianesimo nell’avamposto più lontano e della raffinata cultura europea, di quell’arte dell’essere cortigiano che li faceva danzare con Bianca de’ Medici e scambiare lettere con il duca di Ferrara. Del resto, il cronista mantovano Federigo Amadei ricorda che vollero portare in patria Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione come cosa la più rara e la più degna d’essere eziandio tradotta nella lingua cinese (sic), a fine di trapiantare in quel remotissimo loro clima la pulitezza delle corti italiane.

Possibile ritratto di Bianca de’ Medici (Public domain, via Wikimedia Commons).
Possibile ritratto di Bianca de’ Medici (Public domain, via Wikimedia Commons).

PER APPROFONDIRE – 1585: L’ITALIA INCONTRA IL GIAPPONE

  • È recente l’identificazione di un ritratto del giovane Ito Mancio in un dipinto attribuibile a Tintoretto: Stefano Carrer, Scoperto il ritratto del primo inviato giapponese in Italia, Il Sole 24 ore, 8 aprile 2014.
  • Rossella Marangoni, L’istesso giorno memorabile: sguardi incrociati fra Milano e il Giappone a partire dal 1585, Atti del convegno Milano, l’Ambrosiana e la conoscenza dei nuovi mondi (secoli XVII-XVIII), in Studia Borromaica 2015. Consultabile qui.
  • Adriana Boscaro, Ventura e sventura dei gesuiti in Giappone, Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia, 2008.

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