STORIA

SCIENZA E MAGIA: LA TERIACA

SCIENZA E MAGIA: LA TERIACA –

MilanoPlatinum Storica National Geographic

In collaborazione con la prestigiosa rivista STORICA NATIONAL GEOGRAPHICla storia di un farmaco prodotto per quasi duemila anni: la teriaca, panacea, prodigio alchemico, ineffabile mix di scienza e magia.


SCIENZA E MAGIA: LA TERIACA

“Comprate il mio specifico…”

O voi, matrone rigide,
ringiovanir bramate?
Le vostre rughe incomode
con esso cancellate.
Volete voi, donzelle,
ben liscia aver la pelle?
Voi, giovani galanti,
per sempre avere amanti?
Comprate il mio specifico,
per poco io ve lo do.

Ei move i paralitici,
spedisce gli apopletici,
gli asmatici, gli asfitici,
gl’isterici, i diabetici,
guarisce timpanitidi,
e scrofole e rachitidi,
e fino il mal di fegato,
che in moda diventò.

Così Dulcamara, stereotipo del ciarlatano, imbonisce i contadinotti nell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Ma una simile panacea è esistita veramente. Antidepressivo e ansiolitico, aspirina e viagra, antidolorifico, antibiotico, ricostituente e molto altro ancora: questa era la Teriaca o Triaca, medicina composta di quaranta/sessanta elementi (in alcune ricette si arrivava a cento) che per quasi duemila anni ha avuto grande spazio nella farmacopea occidentale. Rimedio universale, elisir di lunga vita, prodigio alchemico, mix di scienza e magia, in origine il suo principale uso era di antidoto ai veleni, in particolare quelli inoculati dal morso di animali. Il nome, infatti, deriva dalla parola greca “therion”, usata per indicare la vipera e altre bestie velenose.

Un farmaco di successo

Tra il 1595 e il 1605, il medico e filosofo cremonese Orazio Guarguanti scrive un’Apologia della Teriaca indirizzata all’illustrissimo e reverendissimo Ludovico Taverna, Vescovo di Lodi e Nunzio apostolico presso la Serenissima Signoria di Venezia. Nello stesso periodo, l’Ospedale Maggiore di Milano invia a Venezia il suo “maestro speziere” Giovanni Battista Cucchi a imparare l’arte di preparare la Teriaca. Cucchi sarà il primo a produrla e a diffonderla in Milano, procurando all’Ospedale notevoli guadagni. La “spezieria” della Ca’ Granda (Magna Domus Hospitalis) era un vanto per la città. L’Ospedale Maggiore, fondato nel 1456 dal duca Francesco Sforza e definito “albergo dei poveri” dal suo progettista, Antonio Averlino detto il Filarete, in realtà si differenziava dai precedenti ospizi medievali perché adibito non tanto all’accoglienza degli indigenti (“povertà, madre di tutte le malattie”), quanto alla cura delle malattie acute. La Teriaca continuerà a essere preparata a Bologna fino al 1796, a Venezia presso la spezieria Testa d’Oro fino alla metà dell’Ottocento e a Napoli fino al 1906. I Borbone ne imposero addirittura il monopolio statale e in tutta Italia erano previste pene severe per chi realizzasse il farmaco senza autorizzazione o ne facesse contrabbando.

Il cortile dell'Ospedale Maggiore (Ca' Granda) dopo i bombardamenti del 1943. Oggi l'edificio del Filarete ospita L'Università degli Studi di Milano (public domain, via Wikimedia Commons).
Il cortile dell’Ospedale Maggiore (Ca’ Granda) dopo i bombardamenti del 1943. Oggi l’edificio del Filarete ospita L’Università degli Studi di Milano (public domain, via Wikimedia Commons).

Apologia della Teriaca

La Teriaca, assicura Orazio Guarguanti nella sua Apologia, mantiene in salute, rende la vita più tranquilla e la prolunga, ringiovanendo tutti i sensi: per questo i Romani Imperatori avevano come usanza a ogni far di Luna prenderne due scropoli (1,25 grammi) in un cucchiaio di miele con due bicchieri d’acqua. Adatta a depurare l’organismo dai veleni creati dalle malattie più disparate, la Teriaca è indicata per combattere la tosse vecchia e nuova, per i dolori di petto (angina), per le infiammazioni dello stomaco e i dolori colici, per le febbri maligne causate dalla putredine del rene, per rafforzare la difesa del cuore e i suoi spiriti, per difendere il corpo da qualsiasi veleno e dai morsi delle vipere e dei cani, per ridonare vigore ai corpi corrotti da cagioni occulte, per ridonare l’appetito perduto, per sanare le emicranie antiche, per curare le vertigini e le difficoltà dell’udire, per svegliare gli appetiti venerei, per frenare le pazzie dei frenetici inducendo il sonno, per favorire l’evacuazione dei vermi e specialmente di quelli larghi e infine per preservare il corpo dall’infezioni quali quelle della lebbra e della peste.

Vaso da Teriaca. Fine XVIII secolo (public domain, via Google Images).
Vaso da Teriaca. Fine XVIII secolo (public domain, via Google Images).

L’antidoto di Mitridate

In origine ci fu il memorabile antidoto detto “Mitridato”, sperimentato con successo da Mitridate VI Re del Ponto (132-63 a.C.), uno dei più temibili nemici dei Romani. Mitridate, terrorizzato dall’ipotesi di essere avvelenato, chiese al suo medico Crautea di preparargli un antidoto. Ispirandosi al principio ippocratico del similia similibus, secondo il quale è possibile curare alcune malattie somministrando in piccole dosi la stessa sostanza che, assunta in quantità maggiori, le provoca, Crautea e gli altri medici di corte misero a punto il potentissimo Mitridatium, un miscuglio ottenuto da una cinquantina di veleni, che, assunto quotidianamente, rese il sovrano immune a qualsiasi veleno allora conosciuto. Quando, sconfitto da Pompeo Magno, Mitridate decise di togliersi la vita, fu costretto a chiedere di essere pugnalato, perché il veleno non faceva più effetto su di lui. Pompeo, venuto a conoscenza del fatto, cercò, fra i bottini di guerra, la ricetta del Mitridato, la trovò e la fece tradurre: fu così, si racconta, che il rimedio si diffuse a Roma. Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, ne perfezionò la ricetta, aggiungendo carne di vipera: nasceva così la Teriaca Magna o Teriaca di Andromaco, la cui composizione subì diverse modifiche nel tempo.

Illustrazione di John Leech per la Comic History of Rome, 1850. Dopo la sconfitta con Pompeo, Mitridate decise di suicidarsi con il veleno insieme alle sue figlie, che morirono all'istante, mentre su di lui, ormai immune, non sortì alcun effetto. (public domain, via Wikimedia Commons).
Illustrazione di John Leech per la Comic History of Rome, 1850. Dopo la sconfitta con Pompeo, Mitridate decise di suicidarsi con il veleno insieme alle sue figlie, che morirono all’istante, mentre lui, ormai immune, dovette farsi trafiggere con una spada (public domain, via Wikimedia Commons).

La Teriaca veneziana

Il vero e proprio “boom” della Teriaca risale al XVI secolo. Preparata in grande quantità a Venezia, Bologna, Napoli e Roma, divenne presto un’importante voce per l’economia delle città, specialmente per Venezia, che, con le “spezierie” Tre Torri, Allo Struzzo e Testa d’oro, era in grado di soddisfare richieste provenienti da tutta Italia e dall’estero. La Teriaca veneziana era la migliore. Tutti i componenti, come il Pepe lungo, il Phù (valeriana), l’Oppio, il Cinnamomo (cannella), lo Zaffrano (zafferano), la Mirrha, l’Opobalsamo (Balsamo orientale), il Vino (Malvasia), venivano scelti con grande cura dagli speziali veneziani, favoriti dal fatto che le flotte della Serenissima portavano dall’Oriente le migliori qualità degli esotici e introvabili ingredienti necessari alla preparazione della portentosa mistura. Anche la carne di vipera, sapientemente preparata, era speciale. Si utilizzavano le vipere dei Colli Euganei, che andavano catturate verso la fine della primavera ma prima dell’inizio dell’estate e non dovevano essere né di sesso maschile né gravide. L’unico altro componente di origine animale erano i testicoli di castoro (già presenti nella ricetta del greco Galeno, che peraltro ipotizzava una volontaria castrazione dell’animale quando era inseguito dai predatori, in modo da evitare la cattura).

Il rito della preparazione

A Venezia, la preparazione della Teriaca avveniva in pubblico, con una sontuosa cerimonia, alla presenza dei rappresentanti del governo, delle autorità sanitarie (il protomedico) e della corporazione degli speziali (l’ordine dei farmacisti). Chi operava mescolando e triturando era vestito con casacca bianca e pantaloni rossi. L’evento si svolgeva nel mese di maggio, in quanto alcuni componenti raggiungevano solo allora il perfetto stato di impiego. Il rispetto degli influssi astrali era fondamentale, in quanto si credeva che potesse conferire poteri particolari al rimedio. Con la preparazione pubblica gli speziali intendevano anche cautelarsi. Le droghe venivano mostrate e fatte toccare, esaltandone la qualità e la genuinità: gli speziali volevano così conquistarsi i compratori, dissuadendoli dall’acquistare teriache falsificate, composte di droghe adulterate e a basso costo, vendute da “ciarlatani”.

Gli orti dei semplici

Varie sono state le ricette della Teriaca indicate da medici e speziali nei diversi tempi, ma la vera e unica di Andromaco il Vecchio pare sia quella descritta dal medico di origine greca Galeno (129-201 ca.), che affidò al poeta Damocrate il compito di trascriverla in versi giambici. Infatti, in molte farmacopee del XVI e XVII secolo, la preparazione è chiamata Teriaca di Damocrate. Molte delle droghe vegetali impiegate nella preparazione erano introvabili nel mondo occidentale. Gli speziali furono costretti a cercare sostanze sostitutive che mantenessero il potere terapeutico originale, procedimento permesso solo nell’impossibilità assoluta di reperire gli ingredienti “veri” e vietata se lo scopo era quello di speculare sui costi. Il permesso indusse molti a mascherare, dietro l’impossibilità dell’approvvigionamento, le sostituzioni più strampalate e a produrre medicamenti privi di effetto terapeutico. Ciò spinse i monaci speziari prima, e i secolari poi, a creare nelle immediate vicinanze delle loro “farmacie” o nelle Università gli orti botanici o “orti dei semplici”, dove venivano coltivate le specie vegetali più difficilmente rintracciabili.

Mappa storica del Giardino dei Semplici di Firenze (public domain, via Wikimedia Commons).
Mappa storica del Giardino dei Semplici di Firenze (public domain, via Wikimedia Commons).

Posologia della Teriaca

La Teriaca veniva somministrata in vari modi e quantità: tutto dipendeva dal tipo di male. Non poteva essere assunta dai bambini e quando la temperatura era troppo alta. Il composto si mescolava con vino e miele per alcune cure, come quella delle febbri maligne, mentre l’acqua “cotta o stillata” era più indicata quando l’antidoto veniva preso come corroborante. Una condizione necessaria per avere il massimo beneficio consisteva nel purgare il corpo prima della cura: Guarguanti racconta che un malato di febbre quartana fu trattato con Teriaca senza essere stato purgato e in breve tempo morì. In casi particolari si prescriveva di prenderla avvolta in una foglia d’oro, insieme a una quantità moderata di vino aromatico bianco o rosso. Si riteneva infatti che il vino aiutasse a far circolare il rimedio per tutto il corpo, rendendo l’azione terapeutica più rapida ed efficace, mentre l’oro era considerato un rafforzativo. Anche le stagioni dell’anno erano importanti per il trattamento: l’inverno era il periodo più idoneo, seguito dall’autunno, dalla primavera e per ultima l’estate. Durante l’estate, la somministrazione di Teriaca doveva essere giustificata da una situazione particolarmente grave, altrimenti meglio evitarla.

Litania degli ingredienti (alcuni)

Sarebbe naturalmente troppo lungo elencare tutti gli ingredienti della Teriaca. I nomi sono evocativi e suonano come una litania: “Pepe lungo”, Rose rosse purgate, Iride, Sugo di Regolitia, Semi di Napo dolce, Scordio, Opobalsamo, Oppio, Cinnamomo, Agarico, Mirrha, Costo, Zafferano, Cascia, Nardo Indico, Schinantho, Incenso chiaro, Reu pontico, Stecade, Marrubio verde, Petroselino, Calamentho, Terebinthina, Giengiovo, Cinquefoglio, Polio montano, Charopiti, Nardo celtico, Amomo, Stirace, Meo, Chamedri, Phu pontico, Terra Lemnia, Foglie di Malabatro, Chalciti brugiata, Genziana, Gomma, Sugo d’hipocistide, Carpobalsamo, Anisi, Sefeli, Cardamomo, Finocchi, Acacia, Thlaspi, Hiperico, Ammi, Sagapeno, Aristolochia, Bitume, Semi di Dauco, Opopanace, Centaurea, Galbano.

L’Oppio

L’Oppio usato nella Teriaca proveniva per la maggior parte da Tebe, in quanto la qualità era di gran lunga superiore a quella dell’Oppio turco. In Egitto, la sua lavorazione era già conosciuta molti secoli prima della nascita di Cristo e il prodotto era usato per lenire i mali più atroci. In Turchia, la lavorazione dell’Oppio cominciò molto tempo dopo e non fu mai perfezionata oltre lo stato di “meconio”, cioè quel succo che si otteneva dalla cottura in acqua e successiva concentrazione del fiore e delle foglie del papavero: era in uso fra i soldati, che lo masticavano prima della battaglia. In Occidente, l’Oppio venne utilizzato e studiato da illustri medici e spezieri come Paracelso e Osvaldo Crollio, ma la ricetta più riuscita fu quella del Nepentes o Laudano, inventata dal Quercetano (Joseph Du-Chesne).

Fumeria d'oppio in Cina, 1902 (public domain, via Wikimedia Commons).
Fumeria d’Oppio in Cina, 1902 (public domain, via Wikimedia Commons).

L’Opobalsamo

Intorno all’Opobalsamo, o balsamo orientale, si svilupparono fantasie e leggende. Molti erano convinti che derivasse dalla gomma raccolta, per incisione della corteccia, dalla pianta del Balsamo; per altri era invece il prodotto ottenuto per decozione dei ramoscelli di una pianta del Perù (Balsamo del Perù). In origine si pensava che la pianta del Balsamo crescesse solo in Giudea, nella Valle di Gerico, e che quello egiziano fosse il frutto del trapianto di alcune di queste piante trasferite in Egitto da Marco Antonio su ordine di Cleopatra. Egizi, Giudei e Siriani lo usavano per imbalsamare i corpi dei Re insieme a Mirra, Aloe e Croco. Nella Chiesa Cattolica Romana, il Balsamo veniva mescolato con l’olio cresimale per ottenere il crisma, usato durante i riti sacramentali come il battesimo e, appunto, la cresima.


PER APPROFONDIRE – SCIENZA E MAGIA: LA TERIACA