CULTURASTORIA

Risolvere un enigma: la Stele di Rosetta

RISOLVERE UN ENIGMA: LA STELE DI ROSETTA

 


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La Stele di Rosetta, al British Museum di Londra. (Rosetta_Stone_©-Hans-Hillewaert-_-,-via-Wikimedia-Commons).

L’oggetto più famoso e visitato del British Museum di Londra è un pezzo di roccia, più precisamente di grano diorite, alta 114,4 centimetri nel suo punto più alto, larga 72,3 centimetri e spessa 27,9 centimetri. Si tratta di una stele egizia, sulla quale è riportata un’iscrizione divisa in registri, in tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco. Quella appena descritta è la famosissima Stele di Rosetta, il “pezzo di pietra più famoso del mondo”, grazie alla quale è stato possibile risolvere uno degli enigmi più complessi che hanno tenuto in scacco gli studiosi per secoli: i geroglifici egizi.
Questo importante reperto, in realtà un frammento di una stele più grande, è assurto a simbolo della riscoperta, attraverso la decifrazione della sua lingua, di una delle culture più antiche a affascinanti di sempre, quella dell’antico Egitto.
I tre registri in cui è suddivisa la stele riportano il testo del cosiddetto Decreto di Menfi, promulgato il 27 marzo del 196 a.C. dai sacerdoti del tempio di Ptah (a Menfi), per celebrare l’anniversario dell’ascesa al trono del faraone Tolomeo V Epifane, avvenuta l’anno precedente. Il decerto riportava i benefici apportati al Paese dal sovrano, le tasse che erano state da lui abrogate e i privilegi, soprattutto di natura economica, che i sacerdoti del tempio avevano ricevuto dal faraone. Trattandosi di un decreto che andata diffuso e fatto conoscere attraverso il Paese, il testo fu trascritto nella scrittura delle “parole degli dei” (il geroglifico), nella scrittura del popolo (il demotico) e in greco. Inoltre, ne furono realizzate certamente svariate copie, per agevolarne la diffusione e la conoscenza.

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Una possibile ricostruzione della Stele di Rosetta. (RosettaStoneAsPartOfOriginalStele_Captmondo_[GFDL-],-via-Wikimedia-Commons).
La stele originaria doveva essere alta, complessivamente, circa 1,49 metri e doveva avere la forma che si trova raffigurata alla riga 14 del testo presente nel registro superiore, redatto in scrittura geroglifica: la stele doveva avere una parte superiore arrotondata, con la raffigurazione del disco solare alato e probabilmente altre figure di stile egizio, simili a quelle raffigurate sulla stele rinvenuta a Kom el-Hisn, nel Delta del Nilo, che riportava il Decreto di Canopo, emesso nel 238 a.C. durante il regno di Tolomeo III Evergete.
La stele fu probabilmente eretta nella città reale di Sais (l’odierna Sa el-Hagar), e qui sarebbe rimasta, indisturbata, per diversi secoli.

La dinastia tolemaica, come la storia ci racconta, ha fine nel 30 a.C. con il suicidio di Cleopatra VII, all’indomani della sconfitta della regina d’Egitto e di Marco Antonio nella battaglia navale di Azio, che segna la fine della guerra civile romana e il trionfo di Ottaviano Augusto.
L’Egitto diviene quindi parte dell’Impero romano, e per i primi due secoli della dominazione romana i geroglifici, la scrittura divina, continuavano a fiorire sulle pareti dei templi e su altri monumenti di carattere sacro.
La scrittura geroglifica di epoca tarda divenne sempre più complessa, tanto da essere conosciuta e interpretata da una sempre più ristretta élite. Ciò spiega anche i travisamenti presenti nei commenti degli scrittori greci e romani riguardo ai geroglifici. Gli autori greco-romani interpretarono, infatti, la scrittura geroglifica come un sistema allegorico, se non addirittura magico, di trasmissione di conoscenze segrete e mistiche.
Con l’avvento del Cristianesimo a religione ufficiale dell’Impero, i templi pagani furono gradualmente chiusi, fino alla loro definitiva soppressione con l’editto dell’imperatore Teodosio, nel 392 d.C. Dal IV secolo sempre meno persone saranno in grado di leggere questa scrittura, ed è in quest’epoca quindi che nasce il “mito”dei geroglifici. Il loro utilizzo nelle iscrizioni di carattere monumentale cesserà “ufficialmente” il 24 agosto 394, data dell’ultima iscrizione geroglifica, quella presente sulla Porta di Adriano nel tempio tolemaico sull’isola di Philae (fatto erigere da Tolomeo Filadelfo).
Con il trascorrere dei secoli dopo la cristianizzazione dell’Egitto, le conoscenze relative ai geroglifici vanno perdute, e questa scrittura verrà associata a qualcosa di antico, esotico e misterioso.
Nei secoli successivi si ritenne che i geroglifici fossero allegorie, e che raffigurassero idee e concetti anziché suoni. A complicare ulteriormente le cose, nel V secolo l’autore egiziano Orapollo scrisse “Hieroglyphiká”, un trattato nel quale spiega il significato di 200 geroglifici. L’opera, ritenuta molto autorevole, sarà alla base della visione che si avrà in epoca rinascimentale della “scrittura egizia”, considerata un insieme di simboli dal valore ermetico e segreto. L’opera, che spesso forniva interpretazioni fantasiose o addirittura bizzarre, era in realtà un disperato tentativo di recuperare un passato ormai sepolto.

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Bonaparte davanti alla Sfinge a Giza, di Jean-Léon_Gérôme (Jean-Léon-Gérôme-[Public-domain],-via-Wikimedia-Commons).
Il velo di oblio che copriva i geroglifici sarebbe stato squarciato proprio grazie al ritrovamento della Stele di Rosetta. La storia della sua scoperta è alquanto avventurosa ed è strettamente legata nientemeno che a Napoleone Bonaparte.
Nel 1798, l’allora generale Bonaparte riceve dal Direttorio l’incarico di occupare l’Egitto, per colpire il predominio britannico nel Mediterraneo. La campagna d’Egitto ha inizio il 19 maggio del 1798, quando la spedizione salpa da Tolone. Composta da una flotta di 328 navi e da 38.000 uomini, la spedizione arriva in Egitto il 2 luglio. Di essa fanno parte anche 175 “savants”, un gruppo di studiosi, scienziati, chimici, fisici e naturalisti e naturalmente archeologi, incaricati di studiare ed esplorare l’Egitto in ogni suo aspetto.
È in questo contesto che avviene il ritrovamento della Stele di Rosetta, avvenuto nel luglio 1799 nella città portuale di Rosetta (l’odierna Rashid), nel Delta del Nilo. Per difendersi da un possibile attacco britannico, le truppe francesi stavano ristrutturando un’antica fortezza egiziana, nota come Fort Julien. Durante le operazioni di sistemazione un soldato rinvenne una lastra in pietra che presentava iscrizioni. Il capitano francese Pierre-François Bouchard intuì subito l’importanza del ritrovamento e mostrò la lastra al suo superiore, il generale Jacques François Menou, che la fece portare ad Alessandria.
La campagna d’Egitto, tuttavia, si concluse con la sconfitta francese, nel 1801, e con la loro definitiva capitolazione. Il trattato di resa comprendeva anche clausole relative ai reperti e alle collezioni rinvenute dai Francesi in Egitto, che andavano consegnate nella loro totalità agli Inglesi. Anche la Stele di Rosetta faceva parte del “bottino di guerra” da consegnare ai britannici. Dopo lunghe e complesse trattative, tuttavia, ai Francesi fu concesso di conservare i disegni, i documenti e le annotazioni relative alle ricerche svolte in Egitto, che avrebbero costituito la monumentale opera in 24 volumi “Description de l’égypte”.
La Stele di Rosetta prese invece la strada per Londra, dove giunse l’11 marzo 1802. Furono realizzate numerose copie in gesso, da inviare alle varie università, anche del resto d’Europa, per essere studiate dai vari esperti.

La sfida tra Francia e Inghilterra si spostò sulla decifrazione della stele, in una gara a chi avrebbe risolto per primo l’enigma dei geroglifici. I francesi potevano anch’essi contare su alcune copie della stele, e la gara ebbe così inizio.
E fu proprio la Francia a segnare il primo punto, grazie all’orientalista Sylvestre de Sacy (1758-1838), che studiando il testo in scrittura demotica, nella sua traduzione in greco, riuscì a evidenziare il nome del faraone Tolomeo, presente nel testo in un cartiglio.
Nel 1802 il diplomatico e orientalista svedese Johann David Åkerblad (1763-1819), sempre studiando il testo scritto in demotico, riuscì a identificare diversi termini e a metterli in relazione con i corrispettivi termini in greco.
I due principali protagonisti della decifrazione della scrittura geroglifica sono tuttavia il britannico Thomas Young (1773-1829) e il francese Jean-François Champollion (1790-1832).
Proprio al britannico Young si deve il primo decisivo passo avanti nello scioglimento dell’enigma dei geroglifici. Thomas “Phenomenon” Young era uno scienziato polivalente, che oltre a interessarsi di egittologia avrebbe dato notevoli contributi alla teoria della luce e alla meccanica dei solidi. Young era convinto, come Sylvestre de Sacy, che per decifrare il testo in geroglifico fosse necessario individuare i cartigli contenenti i nomi dei sovrani, provando quindi a identificarne i caratteri fonetici. Young scoprì, nel testo geroglifico, i caratteri fonetici del nome del faraone Tolomeo e notò che i caratteri presentavano somiglianze con quelli equivalenti nel testo in demotico. Young riuscì a individuare ben 80 somiglianze tra geroglifico e demotico, aprendo così la strada alla decifrazione finale. Young, inoltre, comprese che la scrittura demotica era una variante corsiva della scrittura geroglifica. Le scoperte di Young furono pubblicate nel 1819 in un lungo articolo dal titolo “Egypt”, presente nell’Enciclopedia Britannica.
Nel frattempo (dal 1814), Young aveva iniziato uno scambio epistolare con il francese Jean-François Champollion, giovane orientalista e docente di Grenoble, anche lui autore di uno studio sull’Egitto.
Nel 1822 Champollion ricevette alcune copie di iscrizioni provenienti dal tempio di Ramses II e da Abu Simbel, inviategli dall’amico Jean Nicolas Huyot (1780-1840), l’architetto che avrebbe completato l’Arco di Trionfo di Parigi. Huyot aveva realizzato i disegni mentre si trovava sul sito di Abu Simbel insieme alla spedizione dell’esploratore ed egittologo William John Bankes (1786-1855).
Champollion, in particolare, notò alcune iscrizioni geroglifiche e greche presenti sull’obelisco di Philae (che Bankes fece portare in Inghilterra nel 1820 con l’aiuto di Giovanni Battista Belzoni, nella sua tenuta di Kinston Lacy, nel Doreset). Partendo dai nomi “Tolomeo” e “Kleopatra”, scritti in entrambe le lingue, Champollion ne identificò la fonetica dei caratteri. Su queste basi e grazie anche ai nomi riportati sulla Stele di Rosetta Champollion riuscì a costruire un alfabeto di caratteri geroglifici fonetici.
Secondo il racconto del nipote, Aimé Campollion-Figeac, il pomeriggio del 14 settembre 1822 Champollion avrebbe fatto irruzione nella stanza del fratello Jacques-Joseph, esclamando in preda all’entusiasmo “Je tiens l’affaire!” (“Ho trovato la soluzione!”).
Champollion fece un rapporto delle sue scoperte nella famosa “Lettre à M. Dacier”, indirizzata a Bon-Joseph dacier, segretario dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, dove fu letta il 27 settembre 1822. Nella “Lettre à M. Dacier” Champollion afferma che i geroglifici hanno valore fonetico e allo stesso tempo ideografico, segnando una importante e decisiva svolta nella lettura e interpretazione dei geroglifici egizi.
Grazie a Champollion, il velo di mistero nel quale erano rimasti avvolti da secoli i geroglifici era finalmente squarciato, e insieme alla soluzione dell’enigma la voce di un passato che si pensava ormai perduto poteva tornare a farsi sentire.

 


LETTURE CONSIGLIATE

  • Manuele Bellini, “L’enigma dei geroglifici e l’estetica”, Mimesis
  • Wallis E. A. Budge, “La Stele di Rosetta”, Harmakis
  • Mark Collier, Bill Manley, “Come leggere i geroglifici egizi”, Giunti
  • Richard Parkinson, “The Rosetta Stone”, British Museum Press