ARTE

La Tempesta di Giorgione

La Tempesta di Giorgione –

MilanoPlatinum Storica National Geographic Finestre su Arte, Cinema e Musica

In collaborazione con STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC e con Finestre su Arte, Cinema e Musica.


La Tempesta di Giorgione

Giorgione, La tempesta, Gallerie dell'Accademia, Venezia
Giorgione, La tempesta, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Quando ci si avvicina a un dipinto come La Tempesta di Giorgione (Zorzi da Castelfranco), forse l’atteggiamento più adeguato è quello del silenzio, condizione indispensabile per lasciarsi avvolgere dall’incanto magnetico che emana. Sotto un cielo squarciato dal fulmine, in un’atmosfera immobile e nello stesso tempo vibrante, in quell’attimo sospeso di tensione che caratterizza l’attesa del tuono, una donna quasi del tutto svestita, seduta su un prato, allatta un bambino e ci guarda con espressione impenetrabile e severa; dall’altra parte un uomo, in piedi, vestito di tutto punto e con un’unica calza bianca indossata alla gamba sinistra, si appoggia a un lungo bastone e guarda in attitudine vigile e con la fronte aggrottata un punto lontano fuori dal quadro.  Chi sono questi personaggi misteriosi? Cosa o chi rappresentano?
Di questo dipinto, del quale non sappiamo quasi nulla, nemmeno la data precisa di realizzazione, non si contano le ipotesi interpretative che sono state avanzate, spaziando dall’ambito religioso a quello filosofico, dal letterario al mitologico all’esoterico. Tutte a ricercare il significato nascosto dei vari elementi presenti nella scena (in effetti, era consuetudine dell’epoca che gli artisti nascondessero degli enigmi nelle loro opere). Nel suo “La Tempesta interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto”, Salvatore Settis ha catalogato circa una trentina di diverse interpretazioni che questo dipinto ha collezionato nel corso del tempo, soprattutto dal XIX secolo in poi.

La prima testimonianza, di Marcantonio Michiel, scritta circa una ventina d’anni dopo la morte del Giorgione, descrive l’opera come un “paeseto in tela cum la tempesta cum la cingana [zingara] et soldato“. L’inventario del 1569, della collezione della famiglia Vendramin, che possedeva il dipinto, registra il lavoro come “una cingana, un pastor in un paeseto con un ponte” (una zingara, un pastore in un piccolo paese con un ponte).

Giorgione, La Tempesta - Dettaglio - Soldato
Giorgione, La Tempesta – Dettaglio – Soldato

Altre interpretazioni hanno voluto vedere in queste figure umane le fattezze iconiche di diversi personaggi della religione, del mito e della letteratura, da Adamo ed Eva, a Giuseppe e Maria, ad Adrasto e Hypsipyle, a Deucalione e Pirra, a Mercurio e Iside solo per citarne alcuni. Alcuni le hanno identificate con la famiglia stessa del Giorgione. È stato anche suggerito che la giovane donna rappresenti la madre terra, la personificazione degli aspetti nutritivi della natura.

Secondo l’interpretazione di uno dei più acuti studiosi del Giorgione, Edgar Wind, il soggetto della Tempesta potrebbe consistere in “pochi simboli rinascimentali ben collaudati evocativamente giustapposti”, magari richiesti dallo stesso committente dell’opera (come era uso all’epoca), in una sorta di rebus visivo che forse solo i contemporanei potevano decifrare. Lo stesso Wind suppone che la Tempesta sia un’allegoria di Carità (la donna) e Fortezza (l’uomo) associati alla Fortuna (il fulmine).

Nel 1939, dopo che il dipinto venne acquistato dallo Stato italiano e affidato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, vennero eseguite delle radiografie che rivelarono un ripensamento in corso d’opera che metteva in discussione tutte le interpretazioni date prima di allora: una bagnante nuda infatti occupava l’area del dipinto dove è raffigurato il giovane. Come si può vedere nell’immagine qui sotto, nella ricostruzione realizzata da Antonio Morassi, la donna è seduta sulla riva del fiume, le gambe immerse nell’acqua fino al ginocchio. Si può ipotizzare che all’inizio la figura maschile fosse prevista sul lato destro del quadro, ma questa è solo una congettura. Forse nessun uomo era originariamente previsto nella composizione dell’opera, ma chiaramente si rimane sempre in un piano ipotetico.

Ricostruzione della Tempesta di Antonio Morassi, 1939 – Pinterest
Ricostruzione della Tempesta di Antonio Morassi, 1939 – Pinterest

Questa rivelazione sembrava dare ragione a tutti gli interpreti dell’opera che ne facevano una pura pittura di paesaggio, priva di un soggetto particolare. Tuttavia, non si arrestò il flusso dei tentativi di risolvere il mistero che sembra celarsi nel quadro. Per molti, infatti, esso non può ridursi a una semplice pittura paesaggistica in quanto molti elementi presenti nella scena appaiono come “segnali”, come “allusioni”, come rimandi a significati intenzionalmente nascosti. Questo dipinto, come la grande maggioranza delle opere di Giorgione, venne realizzato per una destinazione privata e i committenti degli artisti del Cinquecento, in particolare nel Veneto, erano di cultura elevata e di gusti raffinati, ed esigevano che nelle opere d’arte fossero inseriti dei significati nascosti e complicati, tali da essere comprensibili solo a una cerchia ristrettissima di persone.

Ciò che complica e rende quasi impossibile un’esegesi puntuale di quest’opera è la sua pressoché totale unicità, nel senso che lo schema iconografico della “Tempesta” non rappresenta un modello ricorrente e riconoscibile nell’ambito della storia dell’arte ma costituisce un’immagine nuova e perfettamente isolata nella tradizione iconografica. Proprio la mancanza di parallelismi, se da un lato ha permesso il fiorire senza limite di congetture, dall’altro ha consentito ad alcuni di vedere nel Giorgione il primo “artista moderno” il quale, senza dover soggiacere ai vincoli di modelli preesistenti o a suggerimenti esterni, è libero inventore dei suoi quadri, quali espressioni della propria fantasia e del proprio stato d’animo.

Ancora nel 1978, Salvatore Settis, collegando laTempesta a un rilievo di Giovanni Antonio Amadeo presente sulla facciata della Cappella Colleoni di Bergamo (Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale), interpreta l’opera come la rappresentazione, con una formulazione nuova e pressoché inedita, della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e delle conseguenze che questa caduta apportò al genere umano: la morte, rappresentata dalle colonne spezzate, la fatica, rappresentata dall’asta dell’uomo, il parto con dolore, che vediamo nella figura di Eva e del figlio Caino. I due progenitori dell’umanità sono in riposo e meditano sulle conseguenze del peccato (specialmente sulla morte, evocata dalle colonne spezzate), mentre il fulmine è la voce di Dio che tuona la sua maledizione nei confronti dell’uomo e della sua discendenza.

Giovanni Antonio Amadeo, Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale, Cappella Colleoni, Bergamo - CC BY 2.5 via Wikipedia
Giovanni Antonio Amadeo, Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale, Cappella Colleoni, Bergamo – CC BY 2.5 via Wikipedia

“Accanto al destino di dolore e di sudore fissato per sempre all’uomo e alla donna, la vox a longe di Dio, terribile nel lampo imminente, dichiara dunque in aenigmate, nel “geroglifico” delle colonne spezzate, che la morte romperà d’ora innanzi, inevitabile, la vita di tutti.” (Settis 1978) Oltre il ponte, che la presenza del fulmine rende invalicabile, c’è l’Eden, la Hierusalem celeste, una città che appare remota e deserta, ormai perduta per sempre e irraggiungile. La tempesta sarebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato.

Ma le interpretazioni non si fermano qui. Nel 2011 viene pubblicato La Tempesta svelata. Giorgione, Gabriele Vendramin, Cristoforo Marcello e la “Vecchia”, di Marco Paoli, che dà molteplici letture dell’opera, tra le quali anche una di natura politica, secondo la quale il dipinto rappresenta un messaggio politico del governo di Venezia al Papa, al fine di chiedere aiuto contro le minacce dell’Impero. Il dipinto sarebbe insomma una sorta di “lettera diplomatica in figure”, in perfetto stile veneziano, destinata a convincere la corte papale a mutare politica nei confronti della Serenissima, che in quel periodo subiva un pericoloso accerchiamento.

Giorgione, La Tempesta - Dettaglio - Donna
Giorgione, La Tempesta – Dettaglio – Donna

In uno scritto dal titolo La Tempesta “risvelata”, Giacomo Maria Prati continua su questa strada affermando che “il quadro è una celebrazione della politica e del ruolo imperiale di Venezia, ed è pure un’accusa contro il Papa e nel contempo una richiesta di alleanza contro i Turchi”, in quanto per il Prati la minaccia turca è allora per Venezia molto più pericolosa di quella imperiale. “Un dipinto quindi che rappresenta un preciso messaggio politico del governo di Venezia verso il Papa, al fine di chiedere aiuto contro i Turchi, ricordando nel contempo il ruolo fondamentale di Venezia quale baluardo della Cristianità. Un monito e una richiesta, un misto di avvertimento e di supplica. Appare così risolto il senso di sottile apocalitticità che chiunque evince da una sola occhiata al capolavoro che quasi trabocca una strana tensione mista ad un alone allusivo”. (Prati 2013) La tempesta è dunque il pericolo turco incombente mentre la donna non è altro che l’allegoria di Venezia stessa che subisce la minaccia. Il suo sguardo esprime infatti profonda sollecitudine, come un silenzioso e dignitoso monito.

Sempre recente è l’interpretazione che vede nel quadro un’allegoria della conquista di Padova da parte della Serenissima, avvenuta a metà del 1400. Nel paesaggio si riconoscerebbero elementi dell’architettura padovana dell’epoca e sulla facciata del primo palazzo di destra, sulla porta collegata al ponte, sarebbe raffigurato lo stemma della famiglia Da Carrara, signori di Padova (il Carro con quattro ruote rosse inframmezzate da una stanga). La “cingana” sarebbe la stessa città di Padova, costretta ad allattare (cioè a mantenere) la Repubblica che, indifferente alla carestia e alla pestilenza che la attanagliano, continua ad imporre pesanti tributi.

Giorgione, La Tempesta - Dettaglio - Città
Giorgione, La Tempesta – Dettaglio – Città

Si tratta di letture diverse da quelle tradizionali ed è lecito pensare che questo stillicidio esegetico non avrà mai fine.

Forse la domanda più assennata è: ha senso cercare un’interpretazione a tutti i costi, anche a costo di ricoprire l’opera di una spessa crosta di stratificazioni esegetiche che rischiano di sottrarla definitivamente al nostro sguardo e che possono soprattutto rompere il magnifico incanto di questa atmosfera onirica e sospesa che esercita un potere ipnotico sullo spettatore?

La scena si caratterizza essenzialmente per la presenza di una grande tensione, dovuta alla compenetrazione di elementi contraddittori: la madre e il soldato, le rovine che evocano la classicità e la città contemporanea, la terraferma e il fiume che invade il territorio, il temporale e la luce solare.
La prima impressione è che la composizione non racconti una storia precisa, ma assembli degli elementi scollegati che attendono di essere ricomposti. È come, insomma, se ci trovassimo dentro un sogno, nel quale non vige un nesso lineare di correlazioni, ma più elementi sono accostati insieme con una logica ermetica che risponde a criteri oscuri, che ci sfuggono e che non riusciamo a controllare e razionalizzare completamente. Non ci si spiega, ad esempio, l’eterogeneità degli elementi architettonici presenti, le colonne spezzate, il muro incompiuto, gli edifici sullo sfondo così diversi l’uno dall’altro; lasciano stupiti l’isolamento e l’estraneità dei personaggi. Essi paiono vivere in due mondi paralleli: appartengono infatti a due diversi piani prospettici e le loro dimensioni non sono congruenti. La donna, prospetticamente arretrata rispetto all’uomo, ne ha tuttavia la stessa statura. Ma siccome è da escludere l’ingenuità dell’incoerenza prospettica, si può solo supporre che il pittore intendesse, ricorrendo agli strumenti propri della pittura, rappresentare proprio l’appartenenza dei due personaggi a due universi distinti e incomunicabili.

Giorgione, La Tempesta - Dettaglio - Vegetazione
Giorgione, La Tempesta – Dettaglio – Vegetazione

Più suscettibile di sviluppi è forse concentrarsi sulla visione del dipinto nel suo insieme. Se si abbandona l’ossessione di spiegare l’identità e la funzione di quelle enigmatiche figure, si scopre che il dato più significativo dell’opera è il paesaggio alle loro spalle.
Al tempo di Giorgione, Venezia vive il culmine della sua gloria politica ed economica e della sua identità di crocevia culturale. Anche l’antica città lagunare conosce il suo Rinascimento, rielaborato in maniera del tutto originale, che si distacca dalla rigidità intellettualistica e matematica dei toscani, perché Venezia è una città acquatica aperta a mille contaminazioni, una città che si muove, che fluttua e che vibra di riverberi e di sfumature. Ed ecco che in pittura prevale il tonalismo e la mancanza di contorni netti (di derivazione leonardesca). Gli inizi del Cinquecento vedono altresì l’inizio del declino della supremazia sul mare della Serenissima, che pertanto intensifica l’espansione nell’entroterra, dove vengono realizzate le bonifiche dei terreni paludosi e viene avviata la costruzione di grandi ville. Lo sguardo si sposta pertanto verso la campagna e il paesaggio agreste.
Proprio il paesaggio diventa così un elemento fondamentale anche nella pittura, da Giovanni Bellini a Tiziano fino a Veronese e Tintoretto, e Giorgione è il rappresentante forse più significativo di questa svolta, in quanto nelle sue opere (tranne nei ritratti) sono sempre presenti il paesaggio e la natura, non in quanto mera cornice della scena, ma come comprimari. Il critico Lionello Venturi ha scritto che la natura è il soggetto di quest’opera, pervasa da un afflato panteistico. In effetti, le figure umane si inseriscono nella scena come elementi secondari, decentrati. Protagonista della “Tempesta” è la natura stessa come manifestazione di fenomeni e sprigionarsi di forze: lo scoppio del fulmine, il bagliore che riveste le cose di una luce irreale, l’acqua del fiume che si incupisce riflettendo il tumulto del cielo, l’avvolgersi nell’ombra degli alberi e delle zolle in primo piano.

Giorgione, La Tempesta - Dettaglio - Rocce
Giorgione, La Tempesta – Dettaglio – Rocce

La tecnica a olio e la pittura tonale, che consente a Giorgione di eseguire paesaggi e figure quasi senza ricorso al disegno, permettono una fedele rappresentazione delle forme naturali nei loro instabili e mutabili aspetti, una più vitale espressione delle cose attraverso i valori di luce e colore, sfumando i contorni per creare effetti atmosferici. Particolare l’effetto “bagnato” sulle foglie, quello delle “ombre in movimento” e lo spettacolare effetto della trasfigurazione dei colori sotto la luce del lampo. I tocchi di giallo e di verde chiaro muovono le fronde e le rendono vibranti e vive, dando l’impressione del vento e della pioggia, mentre il rosso dell’abito dell’uomo bilancia con la sua vivacità l’omogeneità cromatica del resto dell’immagine, evitando l’impressione di monotonia che caratterizza la pittura tonale. Se in primo piano i cespugli, le zolle di terra, l’acqua del ruscello sembrano perdere la loro consistenza a causa delle ombre che avvolgono ogni cosa per via del cielo che si è oscurato, in lontananza le costruzioni, gli alberi, i prati e l’atmosfera si illuminano di una luce irreale, dovuta al bagliore del lampo.
Per mezzo del tonalismo e dello sfumato si verifica una stretta compenetrazione tra l’uomo e la natura: il colore e la luce si trasmettono senza soluzione di continuità dal suolo alle persone, dalla vegetazione ai resti architettonici, dal cielo livido all’acqua del fiume, in una comunicazione intima di tutti gli elementi della scena. Cielo e fuoco, terra e acqua, piante, uomini e architetture si fondono insieme in una grande sinfonia di colori e di vibrazioni luminose e musicali, rendendo coerente l’incongruenza, uniforme e armoniosa la frammentarietà iconica presente nel quadro.

Giorgione, Venere dormiente, 1507-10 ca., Gemäldegalerie di Dresda - Public Domain via Wikipedia Commons
Giorgione, Venere dormiente, 1507-10 ca., Gemäldegalerie di Dresda – Public Domain via Wikipedia Commons

Nei paesaggi della pittura veneziana irrompe il paesaggio, con la sua energia e il suo mistero. Non si tratta più, come nella pittura toscana, di un’idea di natura geometrizzata e asservita alla prospettiva oppure di una natura ancillare rispetto alla storia raccontata in primo piano, di cui costituisce un semplice sfondo. Nell’arte veneta, e in Giorgione in modo particolare, è protagonista una natura sottratta alla grandi narrazioni dell’assoluto e restituita alla sua quotidianità.
Il tonalismo e lo sfumato ricreano un mondo visivamente credibile, del quale si vuole fermare un attimo ben preciso, tratto dal flusso continuo del tempo, come quello in cui un fulmine squarcia il cielo e il lampo avvolge le cose e la natura. Questa tensione alla visione dell’attimo e alla rappresentazione della quotidianità (e non più all’assolutezza dei grandi principi che reggono il mondo e la vita) caratterizzerà l’arte moderna occidentale.

Giorgione, Adorazione dei pastori ( o Natività) Allendale, 1500-05 ca., National Gallery of Art a Washington - Public Domain via Wikipedia Commons
Giorgione, Adorazione dei pastori ( o Natività) Allendale, 1500-05 ca., National Gallery of Art a Washington – Public Domain via Wikipedia Commons

FONTI BIBLIOGRAFICHE

  • Cioci Francesco, La “Tempesta” interpretata dieci anni dopo, Centro Di 1991.
  • Paoli Marco, La Tempesta svelata. Giorgione, Gabriele Vendramin, Cristoforo Marcello e la “Vecchia”, M. Pacini Fazzi 2011.
  • Prati Giacomo Maria, La Tempesta risvelata, 2013.
  • Settis Salvatore, La Tempesta interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, Einaudi, 1978.
  • Venturi Lionello, Giorgione e il giorgionismo, Hoepli 1913.
  • Edgar Wind, Giorgione’ s ‘Tempesta’ with Comments on Giorgione’ s Poetic Allegories, Oxford, Clarendon Press 1969.

In collaborazione con STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC e con Finestre su Arte, Cinema e Musica

MilanoPlatinum Storica National Geographic Finestre su Arte, Cinema e Musica