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Elisabetta Ranghetti, intervista alla scrittrice innamorata di Gerusalemme

Dopo due anni dall’uscita del suo primo romanzo, “Oltre il mare di Haifa”, Elisabetta Ranghetti ha presentato il suo secondo lavoro “Corri più che puoi”, edito da EdiKiT, un romanzo ambientato a Gerusalemme e incentrato sull’amicizia tra un giovane ebreo ortodosso e un ragazzo arabo. Amicizia non certo facile in una realtà come quella in cui vivono i due ragazzi, a maggior ragione se entrambi hanno un segreto da nascondere. Per questo motivo la loro storia attira l’attenzione di una giornalista americana senza scrupoli, votata all’unico Dio che conosce: la notizia, lo scoop, il caso da raccontare per fare carriera. Così i due ragazzi sono costretti a fuggire dalla troppa attenzione scatenata, cambiando per sempre le proprie vite e quelle delle persone che hanno intorno.

Laureata in Lettere Moderne con una tesi sulla “Survivors of the Shoah Visual History Foundation” di Steven Spielberg, nel 2005 Elisabetta ha fatto il suo primo viaggio in Israele e Palestina, innamorandosi perdutamente di quella terra. I suoi romanzi nascono proprio dalla passione per questi luoghi.

Da dove nasce questa passione per Israele e Palestina?

La prima volta che ho visitato Israele ne sono rimasta affascinata, mi sono sentita subito come a casa, in famiglia. L’interesse parte da lontano, poi l’ho sviluppato tramite la mia tesi di laurea, ma sentivo il bisogno di approfondire. A oggi studio l’ebraico contemporaneo, ho studiato e continuo a studiare ermeneutica rabbinica. Ho fatto dei corsi anche di archeologia biblica.

Durante il mio primo viaggio, nel 2005, ho potuto esplorare la terra dal punto di vista geografico, perché il Pellegrinaggio partiva dal deserto e come ultima tappa arrivava fino a Gerusalemme. Dal 2005 torno a Gerusalemme ogni anno per approfondire la conoscenza della terra e delle persone. Io non sono ebrea, ma Israele mi ha accolta come se fosse mia. Dopo tanti anni ho molti amici lì, amo Israele con i suoi pregi e i suoi difetti, e nonostante i difetti, da europea mi piace lo stesso. Come scrivo nel prologo di “Corri più che puoi” per amarla bisogna essere un po’ originali, un po’ particolari. “Se una persona sta bene in Medio Oriente deve essere un po’ originale, ma viene compensata da qualcosa di unico: un guazzabuglio umano di rara bellezza che genera infinite declinazioni di stramberie!”.

 

Cosa ti ha spinto a scrivere di questi popoli?

Ho deciso di raccontare di questi popoli per invitare le persone, gli occidentali, a cambiare punto di vista sul Medio Oriente. Ho viaggiato in molti Paesi, non solo in Israele e Palestina, ma anche in Turchia, Siria, Sinai e vorrei che l’Occidente vedesse la realtà per quella che è, perché spesso i giornali e i mezzi d’informazione distorcono i fatti e restituiscono un’idea sbagliata di quei luoghi e popoli. Ho scritto entrambi i romanzi per lanciare un messaggio su queste terre. Vorrei che i miei libri potessero diventare il polso dell’eterogeneità della società israeliana.

L’Occidente pensa che il problema più evidente e quotidiano per Israele sia la guerra, gli attentati, la violenza, ma invece il problema più grosso e ingombrante che c’è a Gerusalemme è il traffico! Nelle ore di punta sembra di essere in Tangenziale Est a Milano. La quotidianità non è così differente dalla nostra.

Io non sono un’esperta di Geopolitica, non mi occupo di aspetti tecnici, mi occupo delle persone, degli aspetti sociali. Tramite la narrazione cerco di fare comprendere come è fatta la società, come sono fatte le persone.

Ho amato i due protagonisti, Baruch e Ibrahim perché danno con energia e forza l’idea della terra in cui vivono e con loro le due famiglie, così diverse in apparenza ma così uguali. Il personaggio che più mi ha divertito è Fefè, uno dei collaborati del ristorante del padre di Ibrahim, perché ne combina di tutti i colori, sembra solo molto distratto e svagato, ma solo alla fine si capisce il perché.

Shulamit, la sorella preferita di Baruch, è un personaggio interessante. Le donne nel romanzo, ma anche nella realtà di Israele, spesso vanno a ricucire gli strappi creati dagli uomini in maniera intelligente. Io, durante i miei viaggi, sono stata ospite in case israeliane, palestinesi, nei campi profughi e con tutte le donne con cui sono entrata in contatto ho trovato una sinergia, un’interazione. Le donne hanno molto più a cuore il bene comune rispetto agli uomini.

 

PH. Laura Ferrara